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EMBRICE ARTIEMESTIERE EMBRICE ARCHITETTURA LETTERA AUGURI 2012

in corso e in programma

 

Galleria Embrice con MAVG, Mediateca di Architettura di Valle Giulia,

Università degli Studi La Sapienza di Roma presentano:

 

 

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Orario: 18.00 - 20.00. Chiuso la domenica.

Il catalogo, con contributi di Giancarlino Benedetti Corcos, Tomaso Binga, Giuseppe Cannilla,

Giuseppe Miano, Carlo Severati ed Emma Tagliacollo è reperibile presso la Galleria Embrice.

 

 

Comunicato Stampa

Dal 27 gennaio al 10 febbraio 2012, la Mavg (Mediateca di Architettura di Valle Giulia) presenta – presso la Galleria Embrice (Roma, Via delle Sette Chiese, 78, www.embrice.com) – una mostra a cura di Emma Tagliacollo intitolata: Casa Alessandrini. Trasformazioni Ritrovamenti. La mostra si inserisce nel progetto, Five Roman Flats, che si propone di raccontare un pezzo di Roma, cinque storie attraverso cinque alloggi oggi borghesi;  in passato case di famiglie privilegiate o, come in questo caso, disagiate.

Casa Alessandrini si trova in uno stabile del 1880, all’ultimo piano del civico 168, in Via Alessandria. Una zona sorta sotto la spinta della speculazione fondiaria di compagnie private, durante la febbre edilizia nelle more tra il piano regolatore generale per Roma Capitale del 1873, mai tramutato in legge, e quello approvato del 1883.

E i dintorni richiamano al periodo immediatamente postunitario, a partire dalla breccia di Porta Pia, risarcita e imbalsamata nei marmi celebrativi di Roma Capitale con tanto di colonna celebrativa davanti, per finire alla toponomastica per lo più regia, piemontese e, come è giusto che sia, patriottica, con una forse più tarda estensione irredentista. Un itinerario che seguendo, naturalmente, Via Alessandria – l’asse viario sul quale si ammassano case intensive per gli impiegati dei vicini, e quasi coevi, Ministeri dei Trasporti e dei Lavori Pubblici – arriva ad un estremo, dove la strada, attraversando Piazza regina Margherita, si biforca in Via Zara e in Via delle Alpi; dall’altro capo invece sfocia in Piazza Alessandria, e da lì, per Via Bergamo e Via Ancona, si collega a Piazza Fiume, quindi a Corso d’Italia (dove, dietro le macchine parcheggiate, si nasconde la Breccia), e infine al Piazzale di Porta Pia.

L'appartamento, realizzato nelle sue forme attuali trent'anni fa, sfugge a una lettura banale quanto a una sofisticata. Memore delle alte, interminabili quinte della strada, che costringono il passo e l'occhio su un implacabile asse costruito, un visitatore saltuario si smarrisce nella minuta serie di compressioni e dilatazioni realizzata dal progettista, finché non si affaccia di nuovo, da una delle strettissime logge dell'attico, sulla palazzata. Il perché di tale smarrimento non risiede solo nella bizzarria ritmica degli spazi abitativi: ma risiede nello iato fra questi e la storia urbana raccontata dall’intorno.

Le ragioni del progetto di Casa Alessandrini, si muovono nella tensione tra l'estetica e la praticità dei diversi elementi che tendono verso un'unica immagine di razionalità e pulizia. È in questo contesto che il legno domina, fedele alla sua natura di materiale non artificiale, usato allo stato grezzo, senza dunque alcuna coloratura. Ogni stanza può essere identificata dal progetto che contiene: lo spazio del salotto con l'armadio-libreria che racchiude e regolarizza la geometria dell'ambiente; la camera da letto con il letto-zattera e il piccolo lavandino colorato, moderno che vuole richiamare un retaggio antico; la cucina con fuochi sospesi, angoli curvi e l'idea di un tavolo-isola per la convivialità.

L'esterno, come abbiamo detto, rimane ottocentesco. Fuori di questa in fondo rassicurante storia patria che il quartiere testimonia sin dalla toponomastica, nei centoquarantuno anni passati, è successo di tutto nel mondo. Fino al Pacific Trash Vortex, il cumulo di plastiche non degradabili grande come la Spagna o più, che saltuariamente scarica sulla costa delle Haway colline di rifiuti alte metri, spinto dalle correnti. Ed è fuori dal quartiere, tra le spiagge di mezzo mondo, che Alessandrini ha raccolto, per vent’anni, alcuni frammenti di quei cento milioni di metri cubi di plastica del Pacifico e ne ha fatto una piccola collezione estetica che conserva, dentro, in casa. Anticipa forse così, il destino di quei cento milioni di famiglie che, se si volesse oggi far scomparire il vortice di plastica, dovrebbero mettersene in casa un metro cubo. Se i pezzetti di plastica di Alessandrini sublimano un dolore, l'estetica della profezia di Marcuse prenderà forse vita come sublimazione del riconoscimento attonito che per le future generazioni non ci sarà più nulla (o troppo) da fare.


 

La Galleria Embrice è lieta di presentare:

FRANCO PURINI

BIANCO E NERO

 

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Ciascuno di noi,

di fronte a questi nove cartoncini appoggiati su tavole di legno, deve percorrere a suo rischio la strada dell’interpretazione e della genealogia; delle fonti, se vuole. Con l’eventualità  di perdersi nei meandri dell’intelligenza  della cultura.

Pausa, ripresa, graduazione, lotta sono figure retoriche usate da Athanasius Kircher nel 1650, nel suo Musurgia universalis, sive ars magna consoni et dissoni, che tratta temi matematico musicali.

Un testo recentemente identificato come possibile fonte per Arte della fuga di Johan Sebastian Bach; opera forse coeva delle 30 Variazioni Goldberg. Alla Arte della fuga Raymond Queneau accosta i suoi Esercizi di Stile del 1942 .

Potremmo quindi, se fosse legittimo, qualificare i nove disegni di Fanco Purini che EMBRICE espone, e che certamente contengono matematica, e potenzialmente musica, trovare pacificatòri riferimenti letterari e musicali, usando il sostantivo variazione come guida.

Giovani allievi del Professor Purini si sono cimentati, sulla traccia panovskyana, nello studio di analogie strutturali fra progetto moderno e musica contemporanea.

Tuttavia

i Nove disegni  per una  città, presentati con il titolo BIANCO E NERO ripropongono più in generale una Stilfrage, un interrogativo sullo stile; ma di più: molti interrogativi.

Suona telematicamente da un Ipad l’allarme di casa e frettolosamente lasciamo gli schoeller 50X70 che stavamo guardando di traverso, per cercare le cancellature fatte a lametta.  Gillette blue,  per la precisione, perché fanno il taglio netto quando le rompi.

 Fuori dalle bianche stanze e dal piancito alberato ( porfido e tessere a giro di marmo bianco, una delle mille copie del parterre d’ingresso di Libera all’EUR, dalle tegole in pietra delle chiese rainaldesche di Piazza del Popolo ) ci accoglie la città reale, con la qualità edilizia e la overdose di traffico del Quartiere Trieste di Roma. All’angolo, sotto la madonnina ristrutturata qualche decennio fa, e quindi dimentica di quella qualità, è stata rimossa la carrozzina di latta nella vetrina sotto l’immagine sacra: nei primi anni 1970 un autobus la investe con due gemelli dentro, la schiaccia, i gemelli si salvano.

La scelta dello schoeller, confermata definitivamente in contemporanea all’avvio dell’uso sistematico dell’ordinateur nello Studio Purini Thermes , non é volutamente anacronistica.

Significa piuttosto la scelta di un sentiero difficile nella poca cellulosa usabile- spessa meno di un millimetro- che costituisce un parametro costante di riferimento per la fatica per realizzare un rendering animato o per processare un file da tre giga per la stampa.

Per Franco Purini

è anche il razionale avvio di una scissione ossessiva: la push button age dei primi anni 1970 e la sua attuale transizione nella touch screen age facciano pure il loro corso.

L’architetto può sopravvivere accettando la schizofrenia di questa struttura duale del rappresentare.

Migliaia di pagine di  croquis, centinaia fra note e saggi, migliaia di disegni bianco e nero e a colori su diversi supporti. Fra questi, moltissimi disegni descrittivi, di progetti spesso realizzati, documentati nei disegni dello Studio Purini-Thermes, una parte dei quali ( 16.000  pezzi ) identificata e schedata.

Distinti da ciò, più di 700 disegni su cartoncino schoeller.

Ma c’è anche una struttura duale del fare.

Un Accademico: Architetto del Principe, ( oggi il Mercato, o l’Amministrazione o qualche frammento residuo di borghesia intelligente che apprezza  il valore aggiunto del progetto) al tempo stesso si applica all’esercizio quotidiano di riconoscere sé stesso: come in una vestizione settecentesca la scelta di una fibbia o nell’opera la scelta del  colore di un inchiostro. Testimonianza di una dedizione, è la parola, vegliata e condivisa da Laura Thermes. Tanto che un altro titolo poteva essere disegni per la città di Laura.

 

Post scriptum

EMBRICE potrà anche far scorrere slides dai taccuini di schizzi di Franco Purini e filmati delle opere costruite dallo Studio Purini-Thermes. Segnalerei fra tutte la casa a Capalbio e il progetto per Torino Porta Susa. Ma il tutto somiglia ad un fiume, dal quale abbiamo appena invasato un po’ d’acqua. Pulita.


 

Lo Studio-Galleria Embrice presenta

Focus su Eugenio Battisti

Cinque incontri a tema da lunedì 28 novembre a venerdì 2 dicembre

 

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Eugenio Battisti, Autoritratto op, Pittsburg PA, 1967

 

 

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Comunicato Stampa

Storico delle idee, poligrafo, eccezionale maestro (Dezzi), Eugenio Battisti (1924-1989) contribuisce con illustri studiosi italiani della sua generazione all’allargamento degli interessi culturali e scientifici ben oltre i confini nazionali.

Anche se gli inizi sono nell’ambito teatrale della natia Torino, le sue prime monografie riguardano il medioevo, Giotto 1960, Cimabue 1963, contemporaneamente a interventi in giornali e  grandi serie editoriali, e ad un breve insegnamento a Roma e Genova. Solo negli USA gli viene assegnato, nel 1965, un ruolo istituzionale di  professore dell’arte e dell’architettura alla Penn State University, con una speciale Cattedra di Evan Pough Professor, che finalmente gli consente di mettere a frutto tutte le qualità di ricercatore.  “Bisogna essere vari, inventivi, curiosi, anche capricciosi”, scriveva autobiograficamente.. Con un desiderio vorace di non lasciarsi sfuggire nulla del proprio tempo ( Eco) dà vita a due cenacoli che pubblicano Marcatre (1963) e Psicon (1976), mentre lavora su Piero della  Francesca 1971, Brunelleschi, 1976, Correggio 1981. Il suo rapporto col Rinascimento è testimoniato dalle  edizioni del suo Antirinascimento: Feltrinelli, 1962, Garzanti 1989, NinoAragno 2005, e da Rinascimento e Barocco, Einaudi, 1960. La sua personalità non poteva non proiettarlo verso l’Utopia, della quale avvia l’indagine sulle tracce realizzate di quella europea, paternalistica, della città operaia di San Leucio, fino alle comunità utopiche in USA. In occasione del terzo Convegno internazionale in suo onore, a Milano, 2009, (il primo, sempre a Milano, 1991, il secondo a Roma,1992) amici e collaboratori illustri presentano a Roma ( www.embrice.com )embrice. a Roma, dal 28 Novembra28 Novembra al 2 Dicembreamici e colaboratori  operaia di San Leuciogli una speciale Cattedra- l, dal 28 Novembre al 2 Dicembre, alcuni dei suoi temi principali., sui quali è continua l’attività editoriale (La macchina arruginita, 2001, Iconologia e ecologia del giardino e del paesaggio, 2004, Arte, teatro e società, L’azione scenica e cinesica, 2008, e Michelangelo: fortuna di un mito nella critica letteraria e artistica, 2011) grazie al continuo lavoro di Giuseppa Battisti Saccaro. Entrare nelle vaste stanze della ricerca – diceva - è come andare all’appuntamento con una fidanzata: non si può mandare un altro. Affrontava così l’immane fatica del rigore, rispetto ad uno sconfinato campo di ricerca.

Carlo Severati

 


 

Nell'ambito della manifestazione "Il sogno verde", la Galleria Embrice ha il piacere di invitarvi a

Nature in scatola

a cura di Antonio Capaccio e Claudia Rozio

 

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Comunicati Stampa

 

Venerdì 28 ottobre 2011 alle ore 18 verrà inaugurata nella Galleria Embrice la seconda di tre tappe della progetto itinerante “Il sogno verde”, una ricognizione sul rapporto dell'uomo con la natura che si svolge in luoghi diversi coinvolgendo artisti di differenti ambiti per investire con la sua riflessione tutti gli aspetti del nostro esistere.

Nella prima tappa, presso la Cooperativa Agricoltura Nuova, sono state perlopiù (ma non sempre) le dimensioni naturali, aria terra luce tempo, a delimitare interagire o essere parte integrante delle opere, ché in alcuni casi il richiamo allo spazio naturale si è limitato a influenzare la scelta dei materiali se non addirittura del soggetto.

In  questa seconda esperienza presso la Galleria Embrice, gli artisti, si confrontano con la necessità di muoversi e interagire in una dimensione spazio-temporale già (in parte) predefinita. Questo limite costringe gli artisti a costruire delle “nature in scatola”, o meglio a muoversi all’interno di un tracciato concettuale, il rapporto tra natura e vincolo progettuale, con una riflessione sul concetto stesso di spazio e di confine.

In esposizione opere e installazioni di Ennio Alfani, Franca Bernardi, Antonio Capaccio, Vittorio Giusepponi, Uemon Ikeda, Tommaso Massimi, Elly Nagaoka, Pupillo, Giuseppe Tabacco, Naoya Takahara e Simone Pappalardo. Infine la lettura di poesie di Silvia Bre (che si terrà il solo 28 ottobre) si configurerà come una sorta di installazione irreversibile e limitata nel tempo, oltre che nello spazio.

 

Il sogno verde,

di Daniela Rapetti, Ottobre 2011

La mostra nasce dalla volontà di riaprire un dialogo sul  rapporto spesso difficile dell’uomo con la natura. Senza la presunzione di indicare il cammino, ma con la speranza di dar vita a una riflessione che superi i confini dell’esposizione in un continuo dialogo.

L’interesse della mostra è costituito dal suo porsi come itinerante e aperta: non sempre gli stessi artisti saranno presenti, e le opere esposte saranno comunque rinnovate in rapporto alla situazione espositiva. Il progetto di un segreto, in fondo, che si disvela solo nel momento della sua epifania in galleria. Possiamo quindi parlare solo di ciò che abbiamo visto e udito il 2 Ottobre, non di quello che vedremo e sentiremo il 28.

Elementi naturali quali aria e luce assumono in alcune opere un ruolo dominante. Ad esempio, la luce del sole è la protagonista nelle trasparenze dell’assemblaggio in PVC e metacrilato di Franca Bernardi Corolla. Ancora una volta è la luce a rendersi protagonista nell’opera, particolarmente degna di nota, del giovane Simone Pappalardo. Attraverso la sua installazione sonora “Memorie dal sottosuolo”, l’intensità della luce solare, catturata da dei sensori nei suoi cambiamenti nell’arco di una giornata, si fa suono. È questa forse l’opera più originale fra tutte quelle esposte.

L’aria è invece l’elemento dominate negli “Acchiappaspiriti” di Naoya Takahara, performance  basata  sull' azionamento di  strumenti  sonori, mentre Uemon Ikeda si misura con lo spazio attraverso la sua installazione “Il ragazzo che voleva vivere nel rettangolo”.In altre opere è la scelta dei materiali a ritessere i fili del rapporto dell’uomo con la natura, come nel caso di “Fra il prato e le nuvole” di Giuseppe Tabucco, che riscopre materie quali la cera d’api e le terre, dalla storia tanto antica eppure spesso dimenticati in favore di materiali più “moderni”, o nell’installazione di Antonio Capaccio dal titolo ”Vena”, realizzata interamente in legno e carta.

Alcune opere richiamano la natura nella scelta dei soggetti, come Pupillo nei suoi “Itinerari di sentieri del volo”, tecnica mista su tela impermeabilizzata, o come Ennio Alfani con “Uccellacci e uccellini” o, ancora, nell’opera delicata di Elly Nagaoka.

L’interessante contrasto tra la durezza del marmo e la morbidezza del soggetto rappresentato fa delle “Piume di marmo” di Vittorio Giusepponi, insieme al contrasto di textures tra l’opera scolpita e il suo piano di appoggio, bianco su nero, compattezza su granulosità, una dei momenti più affascinanti della mostra.

La purezza della forma che traspare nell’opera di Tommaso Massimi, in terracotta smaltata, vetro e legno, intitolata “Trasmigrazione”, richiama simbologie millenarie che trasmigrano appunto nel corso della storia umana, evolvendosi col tempo, ma senza perdere mai il filo che riconduce l’uomo moderno alla sua origine.

 

Note biografiche sugli artisti:

 

Ennio Alfani

nato a Tivoli il 2 settembre 1956, vive e lavora a Roma. Espone presso la galleria Maniero di Roma dove ha tenuto la sua prima personale dal titolo VOLTI nel 2000. Nel 2002 ha realizzato per la mostra Arte Salute Lavoro una serie di opere su legno che sono state collocate in modo permanente presso il Distretto Sanitario di Guidonia. Ha partecipato a numerose mostre collettive tra le quali :L’Arte a Roma nell’ex Mattatoio, XXXVII Premio Suzzara presso la Galleria civica D’Arte Moderna di Suzzara, Doppia Coppia nel Complesso Monumentale dell’ Annunziata di Tivoli, Materiamorfosi nella Galleria Comunale di Arte Moderna di Roma, Il fascino Indiscreto della pittura 2, presso la Galleria Maniero Roma, Extravergine presso il Trevi Flash Art Museum di Trevi, Visione intima presso l’Istituto Culturale, Italiano, Rabat, Marocco, Venticinque tondi tondi presso la Galleria Maniero Roma e Art in- box presso il Kulturni Centrum Vltavskà Praga.

 

Franca Bernardi

nasce a Santhià (Vercelli). A Roma frequenta l’Istituto d’Arte e si diploma poi in Pittura all’Accademia di Belle Arti. Dal 1968 al 1998 insegna Discipline Pittoriche all’Istituto d’Arte, poi al Liceo Artistico e successivamente all’Accademia di Belle Arti. Nel 1981 realizza la sua prima personale. Il suo lavoro viene documentato nel tempo con numerose esposizioni sia personali che collettive in Italia e all’estero.

 

Silvia Bre

Ha pubblicato tra l'altro Le barricate misteriose (Einaudi, 2001), Sempre perdendosi (Nottetempo, 2006), Marmo (Einaudi, 2005). Ha tradotto Il canzoniere di Louise Labé (Mondadori, 2000). E' uscita di recente la sua traduzione di 104 poesie di Emily Dickinson (Einaudi, 2011).

 

Antonio Capaccio

(Civitavecchia 1956) Ha preso parte alla conduzione dello spazio S.Agata dé Goti (Roma 1978- 1979). Negli anni Ottanta è stato promotore e teorico della tendenza di rinascita astratta dell’”Astrazione Povera”. Mostre alle Gallerie La Salita, Giulia, Jartrakor, D'Ascanio (Roma), Studio Marconi (Milano), Museo Laboratorio e Museo dell’Arte Classica dell’Università “La Sapienza”, Palazzo delle Esposizioni, Casa delle Letterature (Roma), Kunstverein (Darmstadt), Kunsthalle (Norimberga), Rocca Paolina (Perugia), Palazzo dell’Esposizione Permanente (Milano), Palazzo Forti (Verona), Ghiglione (Genova), Castello di Rivara (Torino) Sala Centrale delle Esposizioni (S.Pietroburgo), Casa Centrale dell’Artista (Mosca), Buades (Madrid), Artificialia (Steyl). ‘E stato curatore di Equilibri Precari, (Roma, 1998/2002), consulente per le

Arti Visive della Biennale di Venezia (2004/2005). curatore, presso il CERP di Perugia, il ciclo Atlante ragionato di arte italiana (2002/2003). Tiene un Laboratorio sperimentale di pittura presso il carcere romano di Rebibbia e un Laboratorio sulle Arti contemporanee presso il Liceo Tasso di Roma.

 

Vittorio Giusepponi

Nato ad Offagna in provincia di Ancona nel 1950 e da anni a Roma, si è confrontato, nei suoi cicli di lavoro, con la materia nelle sue diverse accezioni: legno, marmo, carta, vetro. In quest’occasione ci propone l’esperienza con la materia nella sua progressione da argilla a ceramica: un’ulteriore tappa del suo essere scultore. Perché “fare lo scultore vuol dire lavorare con la materia, e lavorare con la materia vuol dire imparare che la materia è maleducata per definizione. O fai ciò che lei vuole sia fatto o non sarai mai un artista. Non farai mai qualcosa di vivo.” Dal 1980 è protagonista di mostre individuali e collettive presso importanti gallerie italiane ed estere. Alcune sue opere sono in esposizione permanente presso prestigiose

sedi diplomatiche quali l'Ambasciata italiana d’Ungheria.

 

Tommaso Massimi

è nato a Tivoli nel 1955. Vive a Roma. Ha esposto nelle gallerie romane S.Agata dé Goti, Centro Ausoni, Empiria, Bha Art, Equilibri Precari, Sala I, Al Museo Laboratorio dell’Università La Sapienza, all’Accademia Tedesca di Villa Massimo, al Museo Nazionale di Palazzo Venezia, allo Studio Cannaviello di Milano. Nel 1988 ha partecipato alla Biennale di Venezia.

 

Elly Nagaoka

artista giapponese, nasce nel 1968 a Los Angeles. .Vive a Tokyo fino alle superiori per poi studiare arte alla Rhode Island School of Design, USA, dove consegue il BFA in pittura e calcografia Di seguito si trasferisce a Roma, dove lavora partecipando a diverse mostre ed esposizioni.Tra le più recenti: Paper- Disciplined Fall

and Created Desires, Galleria Monty and Company, Roma (2010);Infiorata, CIAC, Genazzano (2009); Impsftoffe, Frankfurt am Main, Germania (2008); Antidoto Dialogico, Change + Partner Contemporary Art, Roma (2008); Railway Stories, Stazione Centrale, Pescara (2005); Premio Mario Razzano, Museo di Sannio, Benevento (2004). Il suo lavoro, utilizzando diversi media, è una ricerca sull'identità.

 

Simone Pappalardo

(Reggio Emilia, 1976) Da anni crea composizioni elettroniche e installazioni sonore. Collabora con il conservatorio Santa Cecilia, in cui si è diplomato in musica elettronica sotto la guida di G. Nottoli. Sue opere sono state eseguite ed allestite in molti festival internazionali: conservatorio di Pechino, Accademia di Romania, accademia americana, Museo Macro di roma, Artefiera bologna, etc. Cura la sezione installazioni sonore per il festival internazionale di musica elettronica Emufest di Roma. Attualmente insegna Informatica

musicale presso il conservatorio O. Respighi di Latina.

 

Pupillo

affermatosi a partire dagli anni'80. In un recente libro G. Gigliotti lo inserisce tra gli artisti rappresentativi della scena culturale romana degli anni 80 ( Il confine evanescente Arte Italiana 1960-2010 a cura di G. Guercio e A. Mattirolo. Electa ). Recente personale Galleria Il Narciso 2007. Altre recenti mostre: Aspetti dell'Arte Astratta nella raccolta Fiocchi. Forte Malatesta (AP.).2010 . Premio G.B. Salvi, Sasso ferrato (AN) 2011.

 

Giuseppe Tabacco

(Roma 1956) espone dal 1989 ma le sue opere iniziali, nelle quali sono già evidenti segni di una sperimentazione rigorosa di tecniche e materiali, risalgono ai primi anni ’70. Nel corso dell’ultimo ventennio ha partecipato a numerose mostre collettive e personali e ad iniziative culturali interdisciplinari in istituzioni pubbliche e private: Musei, Università, Spazi Pubblici, Associazioni Culturali, Gallerie. Nel 2004 ha partecipato ad un concorso paneuropeo di pittura indetto dalla Società “Lexmark” cui hanno aderito oltre 4000 artisti provenienti da tutta Europa. Dalla prestigiosa giuria internazionale, la sua opera è stata giudicata fra le prime 3 ed esposta in una mostra conclusiva di 26 finalisti al Palazzo della Triennale di Milano. Dal

2001 ha collaborato con le più attive ed originali associazioni culturali romane: “Lift Gallery” e “Futuro”, non più esistenti e “TraleVolte”, in piena attività. Negli ultimi anni ed attualmente collabora ed espone i propri lavori con la struttura di “Brecce per l’arte contemporanea”, attiva in Italia e all’estero con progetti di alto profilo culturale.

 

Naoya Takahara

è nato in Ehime (Giappone) nel 1954. Dopo essersi laureato in discipline artistiche nel 1976 alla Tama University of Art di Tokyo, inizia a viaggiare in Europa, stabilendosi poi definitivamente a Roma alla fine degli anni '70. E’ la cultura italiana dei primi anni Sessanta a fornirgli i principali punti di riferimento artistici: Piero Manzoni, Arte Povera, la cosiddetta scuola di Piazza del Popolo, in particolare le figure di Sergio Lombardo, Maurizio Mochetti, Francesco Lo Savio. Raccogliere nella vita quotidiana le cose più strambe ed estrarne i suoi sapori, da diversi anni continua a lavorare in questo modo ed è convinto che “creare un’opera” significhi: “chiarire se stesso tramite l’esperienza della nuova prova”.

 

Uemon Ikeda

nome d'arte di Tatsuo Ikeda (Kobe, 1952), è un artista giapponese. Negli anni settanta si trasferisce da Tokyo a Roma . Negli anni ottanta conosce Simonetta Lux che lo invita a partecipare alla collettiva "Simultaneità - Nuove Direzioni dell'Arte Contemporanea Giapponese" a Palazzo Braschi Roma (1991), seguita da numerose altre. Nel 1989 espone a Tokyo (mostra personale) Uemon Ikeda presso la Lunami Gallery (testo Masaaki Iseki) curata da Emiko Namikawa e nel 2011 sempre a Tokyo, presso TOKI Art Space mostra personale Golden Fleece - Jason The beautiful Medea curata da Noriko Toki.

Nel 1997 partecipa al terzo festival di arte e poesia a Bomarzo Incantesimi. Scene d’arte e poesia. VICINANZE ideato da Simonetta Lux e Miriam Mirolla, Palazzo Orsini. Nel 2000 espone a Roma al Museo Laboratorio di arte contemporanea dell'Università La Sapienza Uemon Ikeda-Acrobazia e scrive un libro: Uemon Ikeda - Simonetta Lux, Acrobazia edito dalla Lithos, Roma, 2000. Nel 2005 espone nuovamente al Museo Laboratorio di Arte Contemporanea, Università La Sapienza Uemon Ikeda - un ragazzo che voleva vivere nel rettangolo a cura di Simonetta Lux. Nel 2010 espone alla galleria Hybrida Contemporanea, Roma Giasone e la bella Medea a cura di Emanuela de Notariis. Vive e lavora a Roma.


 

La Galleria Embrice Vi aspetta Domenica 18 Settembre 2011 alle ore 18,30 per ascoltare e godere della voce travolgente e dei giochi linguistici di

Tomaso Binga/Bianca Menna

che legge alcuni testi tratti dal suo ultimo libro di poesie visuali Valore Vaginale, Edizioni Tracce Pescara (2009)

 

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La performance si svolgerà all'aperto, nell'area verde del lotto 10, ingresso 27, lungo la Via delle Sette Chiese

con intervento di Antonio Barretta che eseguirà brani di musica medievale. In caso di cattivo tempo si svolgerà nella sede di EMBRICE, al n. 78 della stessa Via.

 

L'iniziativa di EMBRICE si collega alla manifestazione organizzata dalla Associazione di Promozione Sociale Fast Panj in Via delle Sette Chiese, angolo Largo delle Sette Chiese.

 

CARTELLA STAMPA

 

Valore Vaginale  (madre-matrice, natura e simbolo da rispettare e amare)

è la provocazione poetica di Tomaso Binga che dà il titolo alla silloge e alla performance

Roma, Galleria Embrice, 18 Settembre 2011 ore 18,30 Via delle Sette Chiese n.78 Roma

 

Tomaso Binga in arte ha assunto un nome maschile per contestare con ironia e spiazzamento i privilegi del mondo degli uomini. Si occupa dal ’71 di “Scrittura Verbo-Visiva” ed è tra le figure di punta della Poesia Fonetico-Sonora-Performativa.

E' stata docente presso l'Accademia di Belle Arti di Frosinone.

Tra i suoi progetti:

Scrittura asemantica (1972), Scrittura Vivente (1975), Dattilocodice (1978), Biographic (1985), Picta/Script (1995), Ideazione/ Esecuzione, progetto multimediale (1997). Dittici Interscambiabili (2001),Scritture marine(2005); Scritture pietrificate (2011).

Attiva organizzatrice dirige dal '74 il centro culturale “Lavatoio Contumaciale”, Roma, e dal '92 partecipa, in qualità di Vice Presidente, alla gestione della “Fondazione Filiberto Menna”, Salerno.

 

Gillo Dorfles  […quello che soprattutto domina in queste pagine è la loro ironia: saper irridere al prossimo (ne hanno tutti un gran bisogno, a principiare dai critici artistici e letterari ) e anche a sé stessi...] Prefazione a Valore Vaginale Edizioni. Tracce, Pescara (2009)

 

Aldo Mastropasqua  […Nella sua attività a tutto campo, Tomaso Binga ha sviluppato una specifica linea d’intervento artistico e letterario che si riallaccia con originalità alle ‘fonti’ delle avanguardie storiche, dal Futurismo al Dadaismo per incrociarsi e raccordarsi con le pratiche artistiche contemporanee, schivando tuttavia quell’eclettismo prettamente post-modern che liberamente attinge e contamina senza nessuna specifica progettualità” …] Rivista Avanguardia, n° 21, (2002).

 

Lorenzo Mango [… “Negli ultimi anni, poi, è come se la pratica di confine che Binga ha sempre pervicacemente praticato – sfumando la sua attività tra ambiti linguistici che si combinano, si integrano e soprattutto si confondono tra loro – si fosse andata ancora di più estremizzando. Il segno è passato dalla parola, all’immagine, al corpo, all’evento fino a diventare il motore di una sorta di gioco comportamentale collettivo. “Autoritratto di un matrimonio”, testo in catalogo, Museo Laboratorio, Università La Sapienza, Roma (2005)”.

 


Sabato 11 giugno presso lo Studio Campo Boario - Piramide Channel (Via del Campo Boario, 4A), nell'ambito dell'evento "ARCHITETTURA A CONFRONTO", sarà proiettato il primo filmato del progetto Five Roman Flats, di Amedeo Fago, già ospitato presso la Galleria Embrice. L'evento "ARCHITETTURA A CONFRONTO" (che si terrà venerdì 10 e sabato 11 giugno 2011 a partire dalle 17:00), è un'ideale prosecuzione degli incontri promossi dallo Studio Campo Boario nell'ambito della scorsa Festa dell'Architettura 2010 (INDEX URBIS), seguendo la consueta formula che alterna materiali audiovisivi a dibattiti. Ti invitiamo, pertanto, a partecipare all'evento.

 

Location: Studio Boario - Piramide Channel, Via del Campo Boario 4/A
Quando
: venerdi 10 giugno e sabato 11 giugno 2011. Dalle ore 17:00

Ingresso: libero
Organizzazione: Studio Boario - Piramide Channel

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Eventi in corso presso la Galleria EMBRICE
 

TOMMASO FRANCHI: LETTINI

a cura di Paolo Balmas

Allestimento e progetto grafico di Emma Tagliacollo

Fotografie di Luca Marcotullio

 

 

Inaugurazione: GIOVEDI' 26 MAGGIO 2011 ORE 18.00
Apertura al pubblico: DA GIOVEDI' 26 MAGGIO A SABATO 11 GIUGNO 2011.
Orario: dal lunedì al sabato, 18.00 - 20.00. Domenica chiuso.
Ingresso: libero.

 

tommaso franchi lettini.

 

Comunicato Stampa

In mostra da Embrice (Roma, Via delle Sette Chiese, 78, Tel. 06.64521396,  www.embrice.com), dal 26 maggio all’11 giugno 2011, Lettini, a cura di Paolo Balmas, la produzione seriale di Tommaso Franchi di piccoli oggetti inquietanti, appunto dei lettini. Realizzati in maniera spiritosa, intelligente, bizzarra, con spilli, fiammiferi e altre cose, insomma in maniera divertita. Oggetti caratterizzati da una curiosa fattura con certe sapienze e con certe volute trascuratezze, che fanno vedere un mestiere consumato, malgrado un’esperienza artistica creativa in senso proprio relativamente di giovane età.

 

Cinquanta sculture minime, dei lettini. Talvolta vuoti, talvolta occupati. Abitati da un’umanità allo stato larvale, esistenze in divenire. Bachi, bozzoli sistemati e protetti in una specie di loro grande dormitorio, a vivere delle avventure, dei movimenti, delle libertà possibili. Ciascuno con un’identità che si evolve in direzioni diverse; per ciascuno è progettata una sua storia particolare, un canovaccio:  ce ne sono con più futuro e con meno futuro, di più e meno felici. Una descrizione tassonomica, gerarchizzata, anzi, a gerarchia zero, ché mette tutti nella stessa posizione orizzontale, e che finisce però sempre per riaccostarsi a temi delle nostre principali interrogazioni. Una strana situazione che ripropone il tema dell’immobilità e ci induce a chiederci se a un certo punto fra gli istinti umani non ci sia anche quello di non evolversi, un modo di non accettare la nostra fragilità, di non accettare che le cose cambino bloccando tutto formalmente. Un po’ il principio dell’arte, cioè far vivere in eterno un’immagine, una cosa che non vorremmo che cambiasse, o al contrario, la paura dell’arte, intesa come un mutamento possibile, come creazione, per cui ogni opera invita a crearne un’altra e a mantenere quell’atteggiamento di trasmissione, di desiderio che genera desiderio. Interrogativi inquietanti di carattere un metafisico, cui, Tommaso Franchi - pur negandoli, e assumendo piuttosto un atteggiamento quasi da scienziato - non può impedire di tornare a galla.

 

Tommaso Franchi è nato a Roma nel 1966, con una laurea in fisica e studi d’arte in Italia e Francia, ha una storia personale che lo porta a fare mestieri anche distanti dal campo artistico. Ha partecipato finora a due collettive a Venezia e a Roma. Una produzione artistica pregressa con uno sperimentalismo didattico, lo ha spinto sulle strade di alcune delle esperienza artistiche già consolidate nella storia dell’arte contemporanea.

 

 


MAVG

Mediateca di Architettura di Valle Giulia Facoltà di Architettura, Sapienza Università di Roma

con il patrocinio della Biblioteca Centrale di Architettura, presenta una Esposizione dal titolo:

 

1911-2011

centenario di una casa a Roma

a cura di Amedeo Fago

 

nella sede dello Studio - Galleria EMBRICE, in Via delle Sette Chiese 78

dal 13 al 21 Maggio 2011, ore 18,00 - 20,00 (festivi esclusi).

Inaugurazione venerdì 13 Maggio, dalle ore 18,00

 

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Da bambino odiavo i titoli di coda

Questa è la prima di cinque piccole mostre su altrettante case accomunate da diversi fattori, uno in particolare: di appartenere alla grande famiglia dell’edilizia residenziale ordinaria. Cinque esempi moderni di Architettura della Normalità.

Anticamente le città erano costruite da due famiglie di architetture più che diverse, opposte ma non per questo contrapposte: quella delle eccezioni e quella della norma. Una rara, dominante, ordinatrice e immobile; l’altra comune, modesta, subordinata, modificabile. Una chiusa, l’altra aperta.

Reciproche e complementari, anticamente le due architetture si proponevano come un sistema capace di soddisfare due bisogni primari ma opposti della città - quello della permanenza e quello della trasformazione - attraverso le due architetture: una di Opera e una di Processo.

Una, concepita per permanere, nella quale “gli aspetti di testimonianza legati a valori storici, culturali o urbani sono prioritari rispetto alle esigenze trasformative e ai relativi adeguamenti funzionali”[1]. L’altra, concepita per potere cambiare, nella quale era attribuita agli edifici una capacità di adeguamento al variare dei bisogni nel tempo.

Il simbolo di questa sostanziale differenza tra le due architetture è la loro forma: nella prima essa è forte, tanto unica, preziosa e ricca di contenuti, da richiedere tutela e conservazione. Nella seconda è debole perché la modestia formale era il presupposto fondamentale della sua vocazione alla trasformazione e all’aggiustamento progressivo.

L’architettura ordinaria moderna è diversa. Oggi in linea di principio ogni edificio è concepito come una - sia pur piccola - opera, ma ciò comporta una conseguenza fondamentale: che oggi anche l’architettura ordinaria è diventata in linea di principio un’architettura chiusa come quella dei monumenti. Ciò determina un paradosso: nella città antica la maggior parte del patrimonio edilizio era modificabile in caso di necessità; nella città contemporanea (che muta di condizione e di bisogni più rapidamente che mai nella storia dell’uomo) tutti i componenti edilizi sono teoricamente immobili, e possono essere modificati - o sostituiti - solo attraverso procedure lunghe e complicate. Il che - secondo alcuni - è una delle cause della cattiva qualità e della perdita d’identità delle odierne periferie.

In questo contesto, l’assoluta eccezionalità di casa Buontempo-Danusso consiste nel fatto di essere un’anomala architettura di processo del XX secolo: moderna in quanto costruita secondo i canoni della manualistica del suo tempo ma tanto votata alla modificazione da essere riuscita a cambiare (e di molto, non solo all’interno ma anche all’esterno) senza mai stravolgere la sua forma né tradire la propria anima. Le sue trasformazioni sono tanto sostanziali quanto bizzarramente poco visibili non per una intenzionale voluttà di nascondersi, ma solo perché attuate secondo la logica antica: per soddisfare bisogni primari reali e non per il desiderio di apparire.

Attraverso le mostre successive continueremo ad articolare una riflessione critica sul passato, il presente e soprattutto il futuro dell’Architettura della Normalità.                                     

Massimo Casavola

 

Organizzazione Vincenzo Nizza, Gianluca De Laurentiis, Daniele Forlani, Carlo Severati Riprese Massimo Casavola, Alfredo Michetti, Carlo Tomassi Montaggio Carlo Tomassi, Amedeo Fago Fotocolor Humberto Nicoletti Serra

3D e animazione Jacopo Pomante Testi Luciana Buontempo, Massimo Casavola,  Amedeo Fago, Giuseppe Miano

Modelli Umberto Buontempo Ricerche Carlo Tomassi Allestimento Massimo Casavola, Vittorio Giusepponi

 


Luigi Moretti: la forma violata.

La casa della scherma oggi, i rilievi.

 

Presentazione del libro di Marco Giunta e Alessandra Nizzi, La forma violata.

 

Inaugurazione Sabato 26 marzo 2011, ore 10.00, presso la Facoltà di Architettura “Argiletum”, Aula Urbano VIII, Via Madonna dei Monti, 40, Roma

 

Curatore: Carlo Severati

 

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Comunicato stampa

 

Dal 31 marzo al 15 aprile sono in mostra, presso la galleria Embrice di Roma (Via delle Sette Chiese, 78, www.embrice.com), disegni e foto appartenenti al percorso di studio avente per oggetto l'Accademia di Scherma al Foro Italico a Roma, portato a termine dagli architetti Marco Giunta e Alessandra Nizzi, documentanti lo stato di fatto (come è noto definitivamente compromesso) dell'opera giovanile di Luigi Walter Moretti, considerata internazionalmente una delle più importanti realizzazioni architettoniche del XX secolo.

La mostra, a cura di Carlo Severati, sarà inaugurata sabato 26 marzo alle 17.00. In coordinamento con l’evento, sabato mattina, sarà presentato il volume La forma violata, presso l’aula Urbano VIII della Facoltà di Architettura “Argiletum”, in Via Madonna dei Monti, 40, con interventi di Vieri Quilici, Carlo Severati e Alfredo Passeri.

Alla metà degli anni Settanta l’Isef risponde negativamente, attraverso una deliberazione del Consiglio dei Docenti, alla prima richiesta del Ministero delle Finanze, di cedere in uso temporaneo l’edificio. Il Ministero reitera la richiesta, accolta dal Consiglio di Amministrazione dietro la promessa di realizzare una tensostruttura per le attività dell'Istituto. Da allora, era il 1976, la Casa delle Armi è rimasta chiusa, all’inizio per ragioni di sicurezza nazionale, al resto della città e al pubblico di studiosi e appassionati. Con un nuovo edificio, una gigantesca baracca che come una specie di alien, è stata costruita all’interno; con scavi e nuovi accessi intorno e i rivestimenti in pezzi, quel che resta della Casa delle Armi, bene demaniale oggi gestito dal Coni, è chiuso e dimenticato.

Un lavoro decennale, quello di Giunta e Nizzi, iniziato con la redazione della comune tesi di laurea discussa presso la Facoltà di Architettura “Ludovico Quaroni” della “Sapienza” di Roma, e conclusosi con la pubblicazione del volume La Forma Violata (Aracne, Roma 2010).

Appunti di rilievo e scatti fotografici si presentano quali materiali propedeutici al lavoro di restituzione e di confronto con le fonti archivistiche; rielaborati nell'ottica dell'esposizione presentano risvolti di rilevante interesse scientifico per tre ordini di motivi.

In primo luogo, documentano per la prima volta in modo esaustivo la condizione attuale dello splendido edificio fascista. In secondo luogo analizzano la genesi progettuale e costruttiva dell’edificio, ricostruendo le tappe del percorso personale di Luigi Walter Moretti - dall’idea alla realizzazione - strettamente connesso all’evoluzione del programma edilizio nella mente di Renato Ricci tra il 1933 e il 1937. Mostrano, infine, dettagli mai prima evidenziati dell’edificio originale che impongono un ulteriore aggiornamento critico. Si veda, in proposito, il piccolo ambiente collocato sull’asse maggiore dell’ovale che definisce la planimetria del vestibolo destinato agli accademisti, che in una versione progettuale intermedia costituiva il vano di una rampa appartenente al sistema di collegamenti, ai diversi livelli, tra le sale ricavate nel volume cilindrico e lo spazio delle gallerie che costituivano l'interno dell'ala della biblioteca. È una scelta dell’ultim’ora, che comporta la chiusura fra l’atrio e la grande sala in asse, attraverso l’obliterazione della scala, già costruita. Ne scaturisce un settore di volta anulare, stretta fra un lato rettilineo e uno curvilineo: risoluzione plastica di una cesura accidentale.

Gli approfondimenti descritti nel libro e evidenziati nella Mostra consentono l’accreditamento di una ulteriore lettura critica: che vede l’edificio della Casa delle Armi vissuto dal suo progettista come una gigantesca scultura.

L’architetto-scultore si aggira dentro e fuori la sua opera, demolisce e ricostruisce, modula: le masse e definisce gli spazi col suo scalpello fatto di maestranze e di stati d’avanzamento.

 

 
 

LETTURE DI UNA SCATOLINA INDUSTRIALE

MIGNON DI GIORGIO FEDON & FIGLI S.P.A. DIVISIONE DESIGN E SVILUPPO

a cura di Carla Corrado e Giovanna Deppi

 

Inaugurazione venerdì 10 dicembre ore 18,00 - 22,00

 

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DAL 10 AL 22 DICEMBRE 2010 E DAL 10 AL 14 GENNAIO 2011

ORARIO 18,00 - 20,00 CHIUSO LA DOMENICA

 

Il design dimensiona il gesto: partendo da questo assunto, che tutti verifichiamo nel quotidiano - usando un mouse o un apribottiglie -, il tema touch me circola, subliminale, nella comunicazione della Giorgio Fedon & Figli S.p.A. Un tema che evoca le radici del migliore italian design, e assume una valenza che va al di là della pura operazione commerciale.

Una valenza che lo Studio-Galleria Embrice di Roma (www.embrice.com) ha colto, dedicando una mostra alle molteplici letture possibili del prodotto Mignon. Si tratta di una piccola scatolina industriale, appunto, con alle spalle una storia che si lega strettamente al discorso sullo stile portato avanti dalle grandi firme internazionali nella seconda metà del XX secolo.

I primi disegni sono del '96-97. Il Mignon, rimasto per qualche anno allo stadio di prototipo ('97-‘98), è stato realizzato con sistemi poco più che manuali per delle piccolissime produzioni per occhiali pieghevoli C.D. a fine anni '90.

La forma è stata ottenuta sezionando e riducendo un guscio di lamiera del modello Orion, studiato per Armani: una forma che si è evoluta, progressivamente dimensionata e perfezionata con diecine di campioni tridimensionali al vero.

I materiali per costruire "maquettes" sono stati, all’inizio, legno o materiale espanso; poi stampi in PVC, o resina, con una fresa a controllo numerico da disegno 3D.

Successivamente il Mignon è stato “attrezzato” per la campagna "Mini Touch - riempie la vita" e contemporaneamente adottato anche dalla GIORGIO FEDON 1919, una divisione dell’Azienda che ha abbinato ad ogni scatoletta un pieghevolino descrittivo dei possibili usi.

Sono seguiti i Mignon per lenti a contatto con e senza specchio.

Risalgono al 2004 una serie di motivi "graffity" a due, tre colori marcati all'esterno e al 2008 le linee "animali"; numerose altre “ linee” sono ancora in corso di progettazione.

Nel tempo, molti Mignon sono stati personalizzati all'interno o all'esterno per firme conosciute o varie aziende, come promozionali. Oggi la linea di produzione è in buona parte automatizzata.

Il piccolo (Mignon, appunto, della GIORGIO FEDON 1919) astuccio a scatto troverebbe posto in un allusivo ambiente fantastico, composto di futuribili oggetti di probabile fabbricazione industriale, in assenza di gravità.

Molti esemplari dell’astuccio potrebbero volare in uno scenario dall’aspetto un po’ metafisico, nel quale non c’è alcun riferimento dimensionale: tranne, appunto, quello fornito dal Mignon, molti esemplari del quale sono esposti nella loro consistenza reale.

Nel 2000 leader della produzione di astucci per occhiali di griffe al top del mondo industrializzato, la Giorgio Fedon & Figli S.p.A decide di avviare, sulla base di un Brevetto Internazionale dello stesso anno, la produzione di un astuccio per occhiali pieghevoli che progressivamente perde il vincolo della sua funzione iniziale, assumendo l’identità Mignon.

Mignon quindi (scocca in lamiera imbutita, fodera stampata in polistirolo floccato termoformato, rivestimento in centinaia di diversi materiali) diventa, con innumerevoli grafiche aziendali, un autorevole contenitore multiuso. Che cerca di affacciarsi, un po’ contro l’usa e getta, sul versante del bene durevole.

 

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ELOGIO DEL “MIGNON”

 

Non è raro che un oggetto, animato da un sano desiderio di autonomia e da un altrettanto sano spirito trasgressivo, si emancipi dalla funzione per la quale è stato concepito per candidarsi ad assolverne altre,  generalmente non ipotizzate e sovente non ipotizzabili.

Quando ciò si verifica, non è difficile arguire ed è doveroso riconoscere che l'oggetto possieda delle sue intrinseche peculiarità che gli consentono di allargare il suo campo prestazionale,  a volte fino al punto da fargli completamente dimenticare il suo primitivo compito.

E' indubbiamente ciò che è accaduto ad un piccolo astuccio, concepito per contenere e proteggere dei delicati occhiali pieghevoli.

E fin qui rimaniamo nel campo delle constatazioni, estensibili d'altronde a molti altri contenitori, dalla bottiglia al museo, ovvero a qualsiasi scala, che, nati per contenere,  travalicano il contenuto assumendo il non programmato ruolo di protagonisti.

La circostanza può verificarsi per la concomitante presenza di due condizioni:

-         il cycle of life del contenuto è inferiore a quello del contenente;

-         quest'ultimo può contare su un livello di flessibilità funzionale e/o qualità formali atte a garantirgli l'autonomia dalla primitiva funzione.

Per il nostro astuccio la prima condizione è programmaticamente largamente rispettata: non si spiegherebbe altrimenti la scelta della scocca in lamiera, scelta che privilegia durata e sicurezza nei confronti di peso e costi.

Dai grandi numeri della produzione è poi facile desumere che è rispettata anche la seconda condizione. E' però più difficile comprenderne le motivazioni. Non tanto in termini funzionali: il successo commerciale è già di per sé garanzia che l'oggetto è andato ad occupare uno spazio d'uso in larga misura scoperto; evidentemente maneggevolezza, capienza, dimensioni hanno giocato a suo favore.

Last but not least, resta dunque aperto il quesito fondamentale: perché piace?

Prima di tentare una non facile risposta, è  indispensabile una premessa : notoriamente la percezione di un oggetto si esplica attraverso i cinque sensi ; nel nostro caso possiamo trascurare gusto e olfatto e limitarci agli altri tre. Non si è tralasciato l'udito in quanto ci sono validi motivi per ritenere che, per  qualità e intensità, il suono che accompagna la chiusura dell'astuccio rivesta un ruolo tutt'altro che trascurabile. La britannica identificazione, snap case, onomatopeicamente meglio si presta a definire il rassicurante suono che accompagna la chiusura dell'astuccio, dandoci ampie garanzie circa l'affidabilità del soggetto scelto per custodire i nostri beni:  sono senz'altro in buone mani.

E veniamo ad una sintetica analisi visiva, quella che è generalmente di gran lunga la più significativa. Di primo acchito potremmo definirla deludente: trattasi di un parallelepipedo a base rettangolare con spigoli smussati e due facce convesse.

 


 

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     Autore: Carla Breeze.

     Curatore: Carlo Severati.

     Inaugurazione: venerdì 22 ottobre, 2010 ore 18.00
     Da: venerdì 22 ottobre 2010.
     A: venerdì 12 novembre 2010.
     Orario: dal lunedì al sabato 18.00 - 20.00. Domenica chiuso.
     Ingresso: libero.
     Organizzazione: Galleria Embrice

 


 

EMBRICE VI ASPETTA IN CADORE

per la Mostra dedicata a Celso Deppi, sondatore e pittore (1919-1985)

Inaugurazione giovedì 24 giugno ore 18,00

 

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Il 4 maggio 2010 alle 16.30

a chiusura della mostra dedicata dalla Galleria Embrice al portale http://w3.uniroma1.it/diarambiente, si terrà, presso il DiAr, Dipartimento di Architettura della Facoltà Ludovico Quaroni di Roma, in via Flaminia 359, un pomeriggio di studio

 

http://w3.uniroma1.it/diarambiente

Un portale web per l’architettura e l’ambiente

di Rosalba Belibani, Franca Bossalino, Anna Gadola

 

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Comunicato stampa

 

A partire dal 23 aprile la Galleria Embrice tiene a battesimo il nuovo sito del Diar, Dipartimento di Architettura della Facoltà “Ludovico Quaroni“ di Roma: “http://w3.uniroma1.it/diarambiente,  portale web dedicato al tema della sostenibilità per l’architettura e per l’ambiente.

 

Nella visione di Vitruvio l’individuo e l’ambiente sono considerati coma parte di uno stesso grande disegno universale; in cui “tutto è uno”, tutto è connesso; in cui l’uomo e l’ambiente interagiscono e si influenzano reciprocamente; in cui ritmi, energie, forze tendenze sono comuni all’individuo quanto a tutto ciò che lo circonda.

Da Vitruvio a Wlliam Mc Donough, David W. Orr, Edward Marzia, e gli italiani Piero Pozzati e Felice Palmeri per continuare con gli approfondimenti di Ernst Friedrich Schumacher, di David Suzuki, di Fritjof Capra, di Edgard Morin, James E. Hansen, Thomas L. Friedman: in questo sito sono raccolte le più importanti coscienze ecologiche della Terra.

L’attività edilizia - che coinvolge azioni quali l’estrazione dei materiali, la loro lavorazione, la costruzione, la gestione, la manutenzione e infine la demolizione - con una produzione del 48% di gas serra inchioda il sistema edilizio alle sue responsabilità.

Se riconosciamo agli architetti il ruolo di connettere i diversi campi disciplinari e la capacità di comprendere le propensioni che hanno tutti gli attori che intervengono nel processo della costruzione, capiamo l’importanza che gli architetti rivestono nel far sì che le nuove idee si sviluppino più velocemente e che le informazioni circolino.

L’educazione dell’architetto del XXI secolo è l’ambizioso progetto del portale web per l’Architettura e l’Ambiente del DiAR – Dipartimento di Architettura della Facoltà “Ludovico Quaroni“ di Roma – realizzato da Rosalba Belibani, Franca Bossalino e Anna Cadola.

L’accurata selezione di testi, immagini, contenuti – che si svela dietro gli iperlink del DiARAMBIENTE - è volta alla alfabetizzazione ecologica da realizzarsi entro il 2010 per acquisire gli strumenti necessari a vincere la sfida del 2030 in cui il progetto di architettura dovrà porsi l’obiettivo di curare la terra e di costruire edifici, quartieri e città ad emissioni zero nel 2050.

Leone Spita

 


 

Programma Gennaio-Giugno 2010

 

Dittico botanico, orifizio e bocca, potrebbe essere il titolo della prima mostra quasi fotografica che EMBRICE organizza fin dalla sua apertura. Lorenzo Sechi, fotografo professionale con all’attivo una larga esperienza anche internazionale, appoggia per un po’ la macchina al tavolo del computer e  riflette su due immagini: una foglia e un fiore escono straniate da questa sosta, con un sottile straniamento semantico decisivo, inversamente proporzionale alla relativa modestia degli interventi sulle fotografie originali. Le due immagini e i loro scatti-matrice vengono presentati con il contorno di molti altri scatti, del mondo vegetale e dei fiori, indagati con scientifica acribia fin nel fondo della loro struttura cromatica.

 

- Il sito sulla sostenibilità del progetto architettura-ambiente, W3.uniroma1.it/diarambiente, che presenta scenari (al 2010, 2030, 2050) verrà presentato in collaborazione con il Dipartimento di progettazione della Facoltà di Architettura Ludovico Quaroni.

 

- Tema monografico del 2010 sarà il progetto FRF, Five Roman Flats: cinque appartamenti romani, 4 dei quali reali ed 1 virtuale, vengono presentati in sequenza nella Galleria EMBRICE; si filmano le singole  inaugurazioni. Foto e oggetti esposti sono accompagnati da un breve scritto che ne descrive la storia. Su questo documento si scrive un monologo o un dialogo che viene rappresentato in una piccola struttura teatrale amica. Si filma la rappresentazione. Questi materiali si discutono nella sede di Piramide Channel e, anche sulla base del dibattito, si scrive, nel 2011, la sceneggiatura per un film  a episodi.

 

- L’arte, infine. La Mostra del lavoro recente di Giusepponi chiude un ciclo di mostre d’arte che hanno oscillato dalla installazione site-specific al video, al grande marmo. La sequenza esatta è stata: Maria Chiara Calvani, con Alessandra Baldoni e Silvia Sbordoni; il gruppo Traidentiti ; Dafne Tafuri; Ludovica Dal Falco. Embrice si porrà per il 2010 in una posizione di ascolto e di lettura. Si prevede una sequenza di incontri della durata di un giorno: sarà presente, una volta al mese da Gennaio a Giugno,  un artista che dispone le sue opere e ne discute con vari INTERVISTATORI scelti da Paolo Balmas,  di fronte ad un pubblico limitato. Anche attraverso Skipe, come nel caso di Carla Breeze, saggista, fotografa e artista USA, che lavora ad Albuquerque, New Mèxico.

 

January-June 2010

 

Through the topics of Embrice artiemestiere, the new year will bring a problematic definition of art , with interviews to the Artists. The Artists will be invited on site or internet connected trough skipe ( as in the case of Carla Breeze, an artist based in Albuquerque ) ; the interviews will be presented to a selected public of 15 people, and developed by critics chosen by Paolo Balmas. The program is driven  by the 2008-2009 experience: from the site-specific installation ( Traidentiti team ), to a “ traditional” great marble ( Dafne Tafuri); in between, a digital movie  on  the paintings of Paolo Uccello. ( Federica Dal Falco).

The first exhibition scheduled is 2+2 pictures : the first of the two couples, a botanical subject softly shifts into the anatomy realm generating the second one: mouth and orifice. Lorenzo Sechi (1959), the author is a professional fotographer and will present his work on a stage-set of high quality flowers pictures.

ARCHITECTURE will be the main 2010 subject. Embrice will present w3.uniroma1.it/diarambiente, a website on Sustainability and Architecture- the sceneries ‘2010, 2030, 2050.-with a special focus on changes in education and  design  theory and practice in Architecture to meet the goals of global  environmental challenges.

Finally, the FRF project.

Five roman flats ( four of them are real, one is virtual) will be presented in the Studio-Gallery Embrice, as first step of a large program, aimed at the construction of a movie subject and design. As an intermediate step the story of each flat will became a dialogue for a theatre pièce; the two will be recorded on a video file, and all the materials will be displayed and discussed at Piramide Channel Cineforum. Piramide Channel will be the home address of the new movie. The flats have been already selected  for their architectural, human and literary interest.

 


 

Link per idee e/o osservazioni:

Carlo Severati (3484225861) corsev@tiscalinet.it

Paolo Balmas (3356323165) balmas@fastwebnet.it

 

Embrice artiemestiere, Via delle Sette Chiese, 78 - 00145 - Roma - Tel.: 06.64521396 – Fax: 06.64521396 - fermata metro Garbatella - accesso disabili

 

embrice@gmail.com