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Stralci di conversazioni tenute via email tra Carla Corrado, Carlo Severati  (ideatori e promotori di Embrice) ed Enzo Nizza (coautore con Massimo Barberis dello studio grafico del logo).

 

…29.11.07 ore 9,38

Allora Carlo intanto buongiorno,

per risparmiare tempo ti invio alcune proposte di insegna per il tuo studio. A mio modo di vedere l'insegna deve essere semplice, intelligente e coinvolgente senza determinare con esattezza cosa realmente ci sia al civico 78.

La gente si deve incuriosire e venire a scoprire da vicino ciò che in seconda battuta vedrà in vetrina. Sto infatti sviluppando delle alternative di locandina per le attività espositive ed altre per le attività di consulenza e progettazione in architettura (il vostro vero core business). Le alternative che ti sottopongo hanno in fondo tutte una ragion d'essere: devono incontrare però il vostro consenso. Spero ce ne sia almeno una che vi colpisca e/o vi piaccia particolarmente.

Aspetto tue riflessioni. Ciao. Enzo

 

lunedì 3 dicembre 2007, ore 10,32

Caro Enzo, spero che tu riceva questa mia. Domanda: potremmo usare come simbolo l'edicola di muratura che ho qui di fronte alla porta? Il supernome potrebbe, anche in rapporto a questo, essere EMBRICE, che è un tipo di tegola piatta che raccoglie e incanala la pioggia, imbris (?). L'associazione culturale non può esser a bagno in embrice che comprenderebbe solo arti e mestiere, e architetti. L'obiettivo a breve potrebbe essere fare il marchio e depositarlo. A presto, Carlo.

 

4/12 ore 10,25

Ciao Carlo, ho riflettuto sulla tua richiesta di mettere nel logo l'immagine dell'edicola di fronte al tuo studio. Le regole ci direbbero che per un logotipo sarebbe più indicato "il segno", "il simbolo", piuttosto che l'immagine fotografica, anche in considerazione del fatto che una volta riprodotto in piccole dimensioni, il logo costituito da un'immagine risulterebbe illeggibile. Figurarsi in bianco e nero poi... Comunque ascolto le tue necessità ed aspetto se me la vorrai trasmettere la foto di cui abbiamo parlato, immaginando eventualmente di riprodurla graficamente (in formato "vettoriale") per poterla così utilizzare come logo.

Per il momento ti invio due alternative che riproducono una stilizzazione dell'embrice e che a mio modo di vedere esprimono dei buoni concetti. Vedi se ti piacciono o dimmi se sono fuori strada.

Un caro saluto e buona giornata. Enzo

 

ore 12,07

Caro Enzo, ti mando due mail. E' suggestiva l'immagine con la tegola sotto la scritta, che a Carla è piaciuta. Solo che è molto problematico rappresentare così un embrice; e tu l'hai capito perchè hai pensato anche a una soluzione con embrice in prospettiva, che fa però perdere il senso di raccolta che dà l'altro embrice.

Quanto all'edicola qui davanti, io pensavo anche al solo ridisegno, o comunque al più ad una graficizzazione della  foto, anche grande, da mettere sui miei vetri. Un'idea la vedi anche nella fotografia fatta dall'interno verso l'edicola.

Penso potrebbe essere utile per varie ragioni, come è anche utile l'embrice disegnato: per citare la stretta relazione col luogo, per trovare la porta senza guardare il numero venendo da Via delle Sette Chiese, perché l'edicola è coperta con tegole, anche se non embrici, ecc.

Comunque mi sembra che ormai abbiamo intensamente riflettuto, e cercherei di chiudere entro la settimana, se puoi, per andare, se possibile, a depositare il marchio all'inizio della prossima. Grazie e a presto, Carlo   

 

giovedì 6 ore 17,52

Ciao Carli... sono contento solo se siete sicuri della scelta, ovviamente. Ho ispessito leggermente la base dell'embrice ma se volete possiamo fare qualcosa in più. A questo punto vi trasmetto il file in alta risoluzione pronto per l'incisore. Fatemi sapere se è chiuso così o servono altre prove. Poi penseremo a biglietti, carta intestata e altro. Ciao e buona serata. Enzo

 

venerdì 7 dicembre ore 9,56

Caro Enzo, l'argilla cotta è più allegra di quella cruda. Quindi, sino ad ora, siamo con Carla per il tuo primo embrice, arcaico e marrone. Direi di pensare che  abbiamo il logo.

Farei, se credi, solo un prova di scritta con marchio registrato.

Forse, in questo caso, la scritta potrebbe essere lei marrone e, sul bordo del kitsch (come si scrive?) essere anche un pò più a ventaglio. Un po'.

A tra poco, Carlo.

 

13 dicembre 16,13

Ciao Carlo buongiorno,

ecco le due alternative da voi scelte con Carla che per praticità ti invio in bianco e nero.

Io oggi sono fuori Roma ma sempre raggiungibile sul cellulare e via email.

Resto in attesa di vostre indicazioni. A presto, Enzo

 

14 gennaio ore 12,32

Ciao Carla ciao Carlo, stiamo lavorando con Max, ad alcune proposte per “arti e mestiere".

Al di là dei colori e di alcune proposte di font che vi farò vedere nei prossimi giorni abbiamo isolato un concetto "escheriano" di geometrie impossibili che secondo noi rappresenta bene l'unione tra concetti apparentemente differenti e non complementari come l'arte e l'architettura.

Vi allego l'idea che è comunque indicativa anche nei colori. Cosa ne pensate? Con la massima sincerità, vi prego. Un abbraccio. Enzo

 

14 gennaio ore 15,49

Grazie Vincenzo, potrebbe andare la seconda e, a proposito di quanto scrivi nel primo messaggio, nel mestiere non c'è tanto l'architettura (che può essere buona o cattiva, e comunque occasionalmente appartenente al campo delle arti), ma, piuttosto la maestria e cioè l'arte, se vuoi con la a minuscola, ma indispensabile alla vita dell'uomo, di saper fare una cosa come va fatta.

A presto, Carlo e Carla

 

stesso giorno ore 16,00

giusto. Mi fate pensare alla famosa "regola d'arte"...c'è la regola del mestiere unita alla sregolatezza dell'arte, come fossero una cosa sola...perdonate i miei ragionamenti lacunosi: sono da voi per colmarli. Vi abbraccio e continuo con Max a riflettere sulla cosa. Enzo

 

giovedì ore 22,32

Cari amici, Carla parte domattina e torna domenica sera. Ci rendiamo conto delle nostre ingenuità, e della difficoltà di avere coerenza fra un ragionamento e una immagine; per vari aspetti strutturali ma anche perché, nel campo dell'immagine sconfinato quanto quello dell'idea, occorrono specifiche cultura e intelligenza. La vostra proposta 2, am rosso-nero, ci sembra ancora la migliore. Dovremmo forse parlarne  a voce, per contrattare una contraffazione della coda di appoggio della a; ma sono dettagli. Comunque, non c'è, credo, una gran fretta. Il timbro a secco di embrice dovrebbe essere pronto domani, e così la serigrafia su plexiglas latte per il coronamento della vetrina.

L'idea sarebbe di far partire per ora solo artiemestiere. Con una carta intestata stampata ed un timbro a secco embrice fatto a mano su ogni esemplare.

Per la carta intestata artiemestiere mi stanno aiutando due amici architetti, Massimo Alessandrini (dal quale Enrico lavorava credo 15 anni fa) e Alberto Giuliani, che ha anche disegnato il tavolinetto-leggio in corso di esecuzione.

L'idea è quella di fare una unica matrice per la carta intestata e per gli inviti, condizionando la posizione della scritta artiemestiere nel foglio alle eventuali piegature degli inviti; anche se non saranno magari gli inviti per posta (costano troppo) ma solo pieghevoli da lasciare a mano a determinati indirizzi e da trovare sui tavoli in arrivo da embrice.

La croce porta locandina della vertrina di destra, che porterà di volta in volta gli annunci delle mostre è fatta e montata in vetrina. Finiremo spero domani di montare le luci supplementari all'interno.

Abbiamo finalmente un buon hardware di trasmissione.

Insomma credo che una vostra visita tra una settimana potrebbe essere utile per farvi una idea di come è stato accolto  nel nostro piccolo spazio il vostro lavoro. Ed anche per programmare giorno e modalità della prima esposizione embrice-freelands. Purtroppo mio figlio Andrea non ha ancora prodotto i promessi materiali sugli animali embricati, e credo che lo potrà fare solo ai primissimi di febbraio, partiti compagna e figlio per Townsville.

Vi invio il programma della Associazione culturale Via delle Sette Chiese, che dovrebbe essere presentato il primo Febbraio o al centro anziali garbatella o alla nuova sede della libreria Rinascita all'ostiense. Il logo era già stato fatto da un giovane architetto quasi mio socio e approvato. Grazie e buon week end. Carlo.

 

Lunedì 28 ore 15,07

Allora Carlo, noi pensiamo ad una soluzione da sottoporti per artiemestiere, nel mentre sviluppiamo un ipotetico invito sulla base dei testi che mi hai trasmesso. L'intento è realizzare qualcosa di economico, possibilmente da autoprodurre per la stampa. Ovviamente da consegnare brevi manu. Io se ancora non lo sapessi sono aspirante pony express, tra le altre...

Comunque andiamo avanti e ci aggiorniamo. Non mi sono dimenticato del nome dello studio per Carla. Ci penso. Ciao.

 

30 gennaio ore 16,03

Cari amici, forse siamo davvero vicini a una soluzione, con l'embrice sopra le scritte senza altro logo, come nell'immagine in basso del pdf artiemestiere nuovo.

Ne ho parlato per telefono con Carla che lo aveva visto prima di me e mi è sembrata convinta. Anche lo stesso carattere mi sembra sia giusto essendo la filosofia la stessa. Forse potreste proporre diversi colori per arti e architetti, ben compatibili col marrone? Grazie e a presto, Carlo.

 

31 gennaio ore 9,46

Ciao Carlo, trovi un testo in word, in cui punto per punto cerco di proseguire con te - come meglio posso - il dialogo su loghi, locandina e partecipazioni di nozze con l'idea di Embrice, per i futuri invitati. Ti allego inoltre: il logo rivisto di Carla secondo le osservazioni che mi hai trasmesso; la locandina corretta nel lettering e nel logo d'intestazione… Buona giornata ed un abbraccio anche a Carla. Enzo

 

Stesso giorno ore 21,19

Carissimo; ti devo una risposta lucida, cosa che ora non posso fare. Mi piacciono sia il logo architetti che la locandina rivista. Per ora grazie: della tua attenzione, della tua amicizia, della tua professionalità. Carlo

 

Venerdì 1 febbraio 10,04

Grazie a te Carlo. Vedrai che troveremo una soluzione "Garbata" come l'uva che si pigiava da quelle parti. Un saluto anche a Carla e a domani. Sarò da te verso le 10,30 come convenuto. E.

ore 20,21

ore 20,21

Caro Enzo, non so se la mattina ha portato consiglio, ma saremmo arrivati (io, Balmas, Forlani ed altri) ad una ipotesi di modularità su EMBRICE che ormai vedrai domattina.

Per il formato, la mia aspirazione sarebbe semplicemente ingrandire in A3 un A4...

Quanto alle decisioni finali, da assumere spero proprio domattina, conto su di te e su Carla, che non approva il tipo di modularità da noi proposta.

Sostanzialmente bisogna scegliere fra omogeneità- confrontabilità con EMBRICE di artiemestiere e di architettura o con individualità e distacco di ciascuno. Grazie e a domani, Carlo.

 

Ore 22,48 del 4 febbraio

Caro Enzo, ecco quanto. Per il testo, faccio questa proposta più banale; sostanzialmente, mi sembra, una rinuncia ad alcune civetterie:

Da Venerdì 22 Febbraio a Domenica 2 Marzo con freelands si presenta arti e mestiere , una iniziativa di esposizioni e incontri. Vi aspettiamo tutti i giorni, dalle 17 alle 20, nello spazio che si chiama EMBRICE.

EMBRICE protegge il lavoro e l'esposizione di idee e progetti tanto dalla pioggia quanto dai rumori esterni.

 

5 febbraio ore 9,18

Ecco Carlo. Mi sono permesso di aggiustare leggermente il testo altrimenti sarebbe stato molto lungo per lo spazio che abbiamo. Ho evidenziato il luogo dando a due righe il colore del mattone. Ho aggiunto Largo sette chiese e per il retro ho cambiato l'impaginazione del titolo. Stiamo valutando con Max se e quale foto mettere al posto di quella presente. Il problema è il vincolo del bianco e nero. Ne parleremo e ti farò sapere. Per ora resta quella.  Ditemi pure senza remore.

Io sono in attesa di conoscere un preventivo dal mio "amico" stampatore. A dopo e buona giornata.

Enzo

 

Ore 10,13

Ciao Vincenzo, hai il nostro OK.

Procedi pure. A presto,

C&C

 


 

Caro Carlo,

appena arrivato ha trovato la tua mail.

Cerco di darti risposte sintetiche con l'impegno, esaurito l'effetto del rientro, di chiamarti. Magari domani mattina, proponendoti di vederci senz'altro lunedì nelle ore che più ti sono comode.

L'invito mi sembra eccellente. Ti sono molto grato, perché quel signore che si affaccia dal villino Aschieri (lotto 24), è il mio povero papà scomparso nel giugno scorso. Pensa mia sorella ed io quanto possiamo esservi debitori per questo tributo che gli (ci) dedicate...

Quanto agli inviti intenderei provvedere io stesso e con fondi accantonati per iniziative come la vostra. Se volete, potete servirvi degli abituali fornitori e poi io mi occupo di saldarli. Mi sembra la soluzione migliore e più ragionevole.

Quanto alla diffusione possono darmi una mano i molti miei bravi collaboratori (Marco Ruperto, Ottavio Cialone, Giorgia Sborlino, etc.) sicuramente a disposizione.

Un grazie dal profondo

Alfredo  

----- Original Message -----

From: CORSEV

To: Alfredo Passeri

Sent: Saturday, March 08, 2008 1:24 PM

Subject: Invio bozza invito per stampa e per web

 

Caro Alfredo, bentornato.

Ti invio il risultato dei miei amici grafici, concordato con me.

Che ne dici? La breve mostra dei tuoi materiali sarà una occasione importante: per EMBRICE, per Garbatella, per te; potrebbe diventarlo per Roma 3 e per la città? Non so.

Tu dovresti monitorare questo ciclo 'garbatellesco' che si scvolgerà al Palladium, del quale  io ho letto su manifesti affisi, dal 17 al 27 Maggio.

In quelle date dovrei avere l'esposizione di tre artiste, ma forse potresti ( potremmo?) fare anche qualcosa.

Alcuni aspetti materiali e prosaici. 

Noi sinora abbiamo fatto impaginare e stampare inviti a nostre spese; abbiamo stampato 250 inviti la prima volta e 100 la seconda, a costi molto contenuti dopo una estenuante ricerca di mercato.

Pieghiamo poi a mano il tutto, cosa non rapidissima perchè non abbiamo fatto fare una fustella cordonata, a perte il fatto che un ulteriore passaggio in macchina raddoppierebbe i nostri bassissimi costi.

In realtà facciamo le cose non in una vera tipografia, ma da un service ( L'istantanea); guidato da mia moglie passo passo, il tizio fa un buon lavoro, con un costo variabile da 0,30 a 0,50 euro a invito, IVA compresa.

EMBRICE funziona con la nostra economia familiare, che ci consente a fatica di stampare 100 inviti al costo più alto.

Così non siamo mai arrivati in modo sufficiente nè nelle Facoltà di Architettura nè in quelle affini della sola Roma 3, nè a livello locale.

Il solo contatto giornalistico-web è con ............; per stampare un numero ragionevole di inviti- che dovremmo insieme stabilire quale possa essere, dovremmo avere un aiuto economico e organizzativo; stampa, piegatura, distribuzione.

I pochi inviti in busta li abbiamo confezionati con un timbro a secco EMBRICE impresso a mano sulle buste.

Fammi sapere cosa ne pensi, al più presto.

 

La Garbatella negli anni della sua costruzione

 

Le foto raccolte provengono dall’archivio privato della famiglia Passeri e risalgono agli anni Venti, Trenta, Quaranta e Cinquanta. Furono conservate dal capostipite Alfredo Passeri (mio nonno) nato negli anni Ottanta dell’Ottocento che si trasferì alla Garbatella nella prima metà degli anni Venti del ‘900. Cambiando almeno tre abitazioni prima di prendere possesso definitivo del villino del lotto 24 (realizzato a seguito del Concorso Internazionale promosso dall’Istituto Case Popolari di Roma, in occasione del XII Congresso Internazionale sulle abitazioni e sui Piani Regolatori a partire dal 1929), Alfredo svolgeva la professione di guida turistica. La sua casa del lotto 24, opera di Aschieri (autore degli edifici denominati n. 4, 8, 9) situata in Piazza Sant’Eurosia era (ed è ancora oggi) in contiguità con altri importanti villini d’autore, quali quelli di Plinio Marconi (progetto urbanistico dell’intero lotto 24 ed edificio n. 13), di Mario De Renzi (n. 1, 5), di Gino Cancellotti (n. 6, 7, 10), di Mario Marchi (n. 2, 3), di Luigi Vietti (n. 11, 12).

Il lotto 24 inoltre era vincitrice del Concorso sulla casa economica e rappresentò il vanto del regime per la soluzione dell’abitazione a basso costo a Roma, ampiamente documentata e registrata nelle pubblicazioni specialistiche che fungevano, allora, da veicolo di comunicazione.

 

Sergio Passeri (30 luglio 1922-19 giugno 2007): tributo ad un ingegnere

 

Mio padre era un uomo mite. Conobbe mia madre Giuseppina Romeo (detta Pina) al ritorno dall’obbligo militare della guerra (1942-44). Era stato ufficiale nell’artiglieria di campagna e mi raccontava quegli anni orribili, insegnandomi ad apprezzare il presente e il futuro senza guerre e privazioni. Aveva studiato all’Istituto Tecnico di Via Duca degli Abruzzi, conseguendo il diploma da geometra con un anno di anticipo. Si mise a lavorare prestissimo, portando a casa qualche soldo per la famiglia e, contemporaneamente, continuando a studiare. In un solo anno conseguì il diploma per la licenza liceale, indispensabile in quei tempi, per poter accedere all’Università. Ma prima, nel 1938, grazie ai buoni uffici di Giovan Battista Ormea e poi di Innocenzo Costantini, Direttore dell’Istituto Case Popolari di Roma, era entrato con la qualifica di geometra in quell’Ente. Quindi la guerra e infine la laurea in Ingegneria, qualche mese prima della mia nascita nel 1948. Sergio ha percorso tutta la carriera all’interno dell’Istituto Case Popolari di Roma fino al massimo grado di Direttore Generale con il quale è andato in pensione nel 1978.

 

La sua infanzia era stata povera. Accompagnata da una forte fede cattolica, con continue frequentazioni della Parrocchia di San Filippo Neri. La cosiddetta “chiesetta”, molto conosciuta alla Garbatella e, soprattutto, molto frequentata. Essa fu per molti la vera alternativa all’obbligo di appartenenza al fascismo che imponeva, pena sanzioni scolastiche, il sabato fascista e varie altre attività. Senza l’obbligo di appartenere ad una particolare fede religiosa, o a partiti politici, o a ceti sociali particolari alla Garbatella era possibile aiutare gli ebrei durante le persecuzioni degli anni Trenta e Quaranta, nascondendoli in Parrocchia, nei sotto tetti, nelle cantine, proteggendoli.

La testimonianza più vera di tale atmosfera è rintracciabile in una foto scattata da mio padre e che compare nella presente rassegna. Essa mostra, da sinistra verso destra, Don Sandro Vesco, padre cattolico filippino (che fuma una sigaretta) vicino di tavola di Franco Ascoli, ebreo (in primissimo piano), Umberto De Angelis, Cesare Calano (scomparso nel 1983, professore di Storia presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Roma La Sapienza), Amedea Sartoris, mia nonna; e davanti a loro, Alfredo Passeri, mio nonno, Gabriele Passeri, mio zio, la Sora Irma, portiera del lotto 24, Giorgio Passeri, altro mio zio.

 


Esemplarità e mistero

 

L’architettura di Alberto Giuliani ha origine da una serrata dialettica tra segno e forma. Un segno pieno e denso si carica di valenze grammaticali e sintattiche evocando in prima istanza, con diagrammatica evidenza, pesi e relazioni tra le parti di una composizione dando successivamente vita, sulla base di queste anticipazioni programmatiche e figurative, a una spazialità compiuta e definitiva, intrinsecamente dotata di senso costruttivo. Il segno precede la forma ma non è detto che la preveda. Perché ciò avvenga è necessario che in qualche modo la forma evolva dal segno stesso attraverso il complesso e arduo passaggio di questo dalla pura astrazione grafica alla concretezza fisica dell’architettura. Si tratta di un processo alchemico attraverso il quale la bidimensionalità del segno si converte in una tridimensionalità definita da connessioni primarie, dal sapore archetipico. Apparentemente automatico nel suo svolgersi sul foglio, ma in realtà sostenuto da una intenzionalità determinata e coerente, il segno di Alberto Giuliani è l’elemento fondativo di una scrittura architettonica chiara e stabile, scandita in nitide sequenze prospettiche e in volumetrie essenziali. Autonoma rispetto alle tendenze oggi più note e accreditate, l’architettura di Alberto Giuliani si iscrive per un verso in una classicità attraversata da intuizioni visionarie, rivissuta senza cedimenti alla nostalgia o a tentazioni accademiche, per l’altro rilegge con ispirata attenzione non solo la tradizione delle avanguardie storiche ma soprattutto l’esito di tale tradizione in quel concettualismo che ha interessato la ricerca architettonica negli ultimi tre decenni.

 

All’interno di questo quadro si situa un’opera singolare, le cui ridotte dimensioni non le impediscono di conseguire una raccolta ed ermetica espressività, nonché una sua grandezza virtuale che non coincide con le sue vere misure. Si tratta di un monumento funebre al regista olandese Fons Rademakers, situato nel cimitero di Collevecchio, presso Rieti. Su un prisma in marmo, inclinato rispetto all’orizzontale del suolo, sorge un cubo rappresentato dai soli lati, una presenza smaterializzata che genera una mobile coreografia di ombre. Come in una dimostrazione di geometria proiettiva il cubo si apre e si chiude, si contrae e si dilata, si deforma e si ricostruisce nelle sue linee, librandosi nell’atmosfera come un organismo vivente. Gli schizzi preliminari del monumento ricordano molto da vicino il mondo artistico di Paul Klee, in particolare il disegno Meccanica di un quartiere urbano, del 1928, ma anche i quadri di Achille Perilli, nei quali la simultaneità e l’ambiguità con le quali una entità geometrica si presenta alla vista destabilizzano poeticamente il suo consistere nello spazio. Un altro riferimento importante, per il sapiente accostamento di gravità e leggerezza, è il Monumento in ricordo dei caduti nei campi di concentramento in Germania realizzato nel 1946, nel Cimitero Monumentale di Milano, dai BBPR. Questi riferimenti non rimangono, però, come inerti rinvii linguistici o come meri antecedenti storici. Al contrario essi sono riformulati in modo originale e innovativo, facendo sì che quella dialettica tra segno e forma, di cui si parlava all’inizio, acquisti in questa architettura, dalla forte tensione spirituale, la coinvolgente esemplarità di un teorema assieme alla suggestione del mistero. 

Franco Purini

Roma,7/4/2008



 

Antefatti: uno strano destino mi lega alla Garbatella

 

Io, Alfredo Passeri, sono nato alla Garbatella nel 1948. Ho abitato in Via Nicolò Odero 19 (angolo Largo delle Sette Chiese) fino all’età di 16 anni. Non ho mai dimenticato le mie radici che ritrovo qui, per le vie strette e all’interno delle piazze disegnate di questo particolare brano di città. A più riprese sono tornato sul”caso Garbatella” con scritti, progetti, immagini fotografiche.

 

Presento per EMBRICE alcune foto della mia famiglia ed anche personali che mi furono scattate nella mia infanzia. Esse, inconsapevolmente, descrivono la Garbatella che faceva da scenario ai protagonisti (mio padre, mia madre, mia sorella, io stesso più volte ripreso, mia nonna). Le foto ripercorrono tutto il periodo della nostra permanenza nel quartiere. Abitavamo al 5° piano degli edifici popolari (progettati da Roberto Nicolini, padre di Renato) ed avevamo i balconi che si affacciavano sul Largo delle Sette Chiese. La nostra era considerata – da mia madre, soprattutto – una casa modesta, forse perché, per arrivare lassù, bisognava salire 115 gradini senza ascensore. Un po’ troppo.

Se oggi avessimo tenuto quella casa, mio figlio Nicolò non mi rimprovererebbe di imprevidenza e di leggerezza per aver rinunciato ad un patrimonio che, considerandolo con la distanza del tempo, si è fortemente rivalutato. Ma allora, negli anni Sessanta quando lasciammo la Garbatella, a mio padre e a mia madre sembrò necessario scegliere una “casa moderna, funzionale, ricca di confort”; quindi non alla Garbatella.

 

La mia è una piccola storia che senz’altro non esaurisce il racconto straordinario di questo “quartiere modello” che solo oggi appare per quello che i suoi inventori si erano prefissi che fosse: un sistema di case a basso costo, con i servizi a portata di mano. E molto verde, lungo le strade ben disegnate e ortograficamente esatte, nel rispetto delle altezze degli edifici di modeste proporzioni. Le piazze e gli edifici pubblici, poi, a misura di una comunità insediata che aveva nello spirito della collaborazione il senso intimo della propria identità.

Forme di vita che oggi, purtroppo, è sempre più raro ritrovare.

 

Una storia personale

 

Mia nonna Amedea, madre di mio padre, durante la Prima Guerra Mondiale, lavorò ventiduenne come operaia alla Vetreria Bordoni (1916); quindi, qualche anni prima della costruzione di questa eccezionale “città giardino”. Poi la famiglia Passeri, proveniente da Testaccio, si insediò alla neonata Garbatella costituendo uno dei primi nuclei di residenti.

 

Qui nacque l’ultimo dei fratelli di mio padre, zio Giorgio nato nel novembre1931, il quale ricevette la visita straordinaria del Mahatma Gandhi presso gli Alberghi di massa. Tale complesso, opera di Innocenzo Sabbatini, era appena costruito ed aveva anche funzione provvisoria di accoglienza per i neonati. Mio zio Giorgio Passeri, artista e architetto, dipinse nel 1955 una tela della Vetreria per ricordare il luogo ove aveva lavorato sua madre, con i suoi colori originali: rosso, bianco, grigio, ocra.

 

Essendo nato alla Garbatella (Via Nicolò Odero 19), ho frequentato negli anni Sessanta l’allora Liceo Scientifico “Castelnuovo” di Via Libetta, vivendo quotidianamente gli odori forti ed acri della Conceria di quella strada, i rumori del traffico per i Mercati Generali e, soprattutto, i bagliori, i riflessi e le luminosità dei prodotti della Vetreria che guardavo con curiosità ogniqualvolta percorrevo Via Giulio Rocco per andare a casa, passando per Piazza Benedetto Brin fino al Largo delle Sette Chiese.

 

In ultimo (ma certo non ultimo d’importanza tra gli eventi che mi legano indissolubilmente alla Garbatella e al suo intorno), l’incarico di progettare la sede del Rettorato, della Facoltà e del Dipartimento di Giurisprudenza in Via Ostiense 161 (anni 1996-97, fino al 19 ottobre del 2000 giorno dell’inaugurazione) della mia Università, dove lavoro come Docente di Estimo.

 

La serie continua di eventi sopra descritti costituiscono una straordinaria filiera sicuramente non casuale.

 


 

Massimo e il benessere

 

Il sipario cala sulla scena qui di seguito descritta attorno alla metà di Ottobre; quando al mattino trovi i fiori reclinati sul gambo spezzato: la temperatura nella notte è scesa sotto zero. L’architetura di questo sistema in legno e paesaggio non è bioclimatica. Rifiuta la sfida invernale; torna sulla spalla orientale del Gran Sasso d’Italia solo quando questa è ridiventata accogliente.La neve si ritira dai due ettari acclivi, arborati, che vedono il sorgere del sole,a seconda della stagione, prima io poi nel mese di Aprile. Da Maggio a Settembre funziona, alimentato a legna  egas, il singolare sistema edilizio realizzato da Massimo Alessandrini lungo il corso dei trentaquattro ani della sua proprietà dell’immobile. In principio era una semplice casa, di modesta fattura, in pietra viva; col tetto a due falde, affiancata da una tettoia bassa, di quelle che servono per proteggere la catasta di legna.

 

Ora in casa si sta preparando un pasto per proprietari e amici, uno dei quali dorme ancora nell’area riservata agli ospiti. Un gruppo staziona in terrazza: è una struttura in legno e tubi di ferro zincato, con relativi snodi. Ci si siede su sedie a sdraio di tela.

Due o tre, vecchi e bambini insieme, che ricollegano nella realtà un gioco che li ha sempre uniti nell’immaginario, giocano a bocce. Il campo è collocato nel terreno un po’ più in giù, sul bordo di una lunga tettoia in legno quasi infilata nel terreno. Una tettoia bassa, lunga una quindicina di metri e affollata di accessori.

Ma, anzitutto, la tettoia, protegge un fireplace, un posto per fare il fuoco incassato nel pavimento, attorno al quale qualcuno armeggia con l’occorrente.

Tutti i soggetti descritti indossano abiti informali e leggeri, adatti alla primavera avanzata, in un clima comunque assai fresco. Alcuni coraggiosi in accappatoio, e in particolare una coppia in costume da bagno, si aggirano per la tettoia. Una coppia, appena uscita dalla sauna, si legge il giornale nel piccolo spazio di riposo accanto; quella in costume si lascia entrare ( waiding) in una bassa vasca di pietra piena d’acqua calda: riscaldata, per l’esattezza, con una stufa ad immersione che brucia legna. Il penultima, di questi numerosi ospiti e famigli, si prepara alla stessa immersione, lavandosi, come all’ingresso di una moschea, ai rubinetti alimentati dalla stessa acqua. L’ultima persona, d’accordo con la cuoca della casa, prepara qualche specialità nella cucina all’aperto, dall’altro lato della trettoia.

Massimo dorme ancora,nel cabanon privato, in plywood, con nodi in acciaio e plastica, che ha costruito per sé sotto la tettoia della legna.

 

Così, fra le proposte  plug in  di Archigram alla metà degli anni 1960 e le sapienze tecniche di Ridolfi e della sua generazione trasferite nel Manuale dell’Architetto all’inizio degli anni 1950, si potrebbe svolgere una parte della vita: retro, con una madre che naturalmente fa ancora le marmellate, ma con fortunati ospiti scintoisti o maomettani, o cristiani o atei o del quimbombo, tutti a loro agio, vegetariani puri o onnivori selvaggi. Umani, supportati dal top della harware domestico e country, acquistato in tutto il mondo.

 

Solo che, nell’arco dei trentaquattro anni trascorsi, questa scena non si è mai svolta davvero.

Si può solo inventare con una esperienza diretta di quella architettura infinita: mai finita, in una ostile preferenza per la natura animata dalla tecnica piuttosto che per gli umani.

Sapendo che prima della successiva apertura il Sasso, offeso, coprirà di neve e distruggerà qua e là a suo piacimento.

Massimo però ha ricostruito e per ora segna un punto.

C.S. 

 


 

ISIA ROMA DESIGN a.a.2006-2007

Diploma Accademico di II livello

Relatore: Prof. Alessandro Spalletta

Studenti: Davide Tarantino – Guido Lombardo

 

“Sé-men”

Sistema per la “Redenzione” di un contesto urbano tramite la “progettazione partecipata”.

 

Se-men è un progetto di design dei Sistemi nato dall’unione di valori differenti  pur complementari, di redenzione di un contesto urbano in degrado, socialmente problematico e di progettazione partecipata con i cittadini come strumento operativo.

Se-men è un sistema di azioni, modi di studio e relazioni tra gli attori in gioco, che grazie alle potenzialità del sistema stesso, si evolve e cresce come rami di uno stesso albero, e  genera intrecci e situazioni progettuali sempre nuove.

Se-men è strutturato sulla base di tre grossi filoni necessari per lo sviluppo della progettazione:

 

- ANALISI : del contesto nei suoi aspetti generali (topografico, storico, ambientale, culturale) e specifici.

- ATTORI : i soggetti partecipanti al progetto che vengono classificati, orientati e messi in relazione.

- PARTECIPAZIONE : eventi, laboratori e iniziative basate su comunicazione, informazione e interazione.

 

Sviluppando e svolgendo questi tre aspetti, l’obiettivo è quello di produrre, coinvolgendo attivamente la popolazione e le organizzazioni, progetti operativi di intervento paesaggistico-naturalistici, di tipo culturale, di servizio e ricreativi al fine di redimere il contesto.

Con “Se-men” si è cercato di progettare un sistema  universale applicabile in differenti e molteplici contesti urbani.

 

Occasione di verifica applicativa del sistema è stato il “Parco Urbano Pian due Torri” del quartiere  Magliana, zona periferica di Roma, terreno fertile sia per l’una che per l’altra tematica progettuale in quanto racchiude in se sia problematiche inerenti la vita sociale del quartiere che di vivibilità dovuta alla mancanza di spazi di verde pubblico e quindi di degrado territoriale.

 

Il concetto di sviluppo e ricerca ruota attorno alla parola “Redenzione”:

un equilibrio da ristabilire attraverso un’azione (oggetto, struttura) redentrice.

Si passa quindi dal danno o dalla situazione da migliorare ad un as-“soluzione”. 

Questo inverato all’interno della città.

Attraverso azioni di analisi del contesto e ricerca delle problematiche del contesto considerato, lo scopo è quello di svolgere interventi progettuali di tipo naturalistico, culturale, sociale sul territorio che possano recuperare aree degradate per creare spazi-oasi di condivisione e interazione per i cittadini.

Nella sperimentazione seguita, il metodo è stato applicato appunto sul territorio golenale del Tevere che sorge affianco alla Magliana (futuro parco), nonché sulla struttura urbana del quartiere.

 

La progettazione partecipata, inserita in questo contesto di Sistema, è un mezzo che permette di coinvolgere attivamente  la cittadinanza nella progettazione operativa di quest’ area (il parco urbano Pian due Torri) rendendola vero e proprio “luogo” (da “non luogo” che era in precedenza).

Viene così a crearsi un affezione ed un rispetto nei confronti di quell’ area del quartiere che precedentemente era abbandonato a se stesso e non vissuto.

In questo contesto la progettazione partecipata si è sviluppata con la progettazione e realizzazione di diversi laboratori con i cittadini del quartiere (bambini delle scuole, associazioni varie ed altre realtà esistenti sul territorio).

Tali iniziative hanno avuto inoltre sia la funzione intenzionale di  far dialogare le diverse realtà del quartiere cercando di creare una maggiore identità, sia la funzione di generare nuove idee e vari spunti progettuali.

 


 

Ricciutianigro

10/04/2008

 

Carissimi Valentina e Roberto; vi ringraziamo, Carla ed io e quanti hanno visitato la mostra dei vostri lavori, dell’opportunità che ci avete dato di aprire con ottima qualità progettuale e interessanti temi, presentati in modo eccellente grazie al vostro impegno. Si passa da rapporti febbrili all’assenza, ad appuntamenti che è comunque difficile realizzare. Spero di vedervi alle prossime mostre, anche se mi rendo conto che la mia condizione di pensionato-dilettante gallerista mi rende di fatto lontano dalle tensioni del quotidiano. In particolare da quelle, che conosco, del difficile lavoro dell’architetto che ponga al top degli obiettivi quello del raggiungimento della qualità: nel difficile mondo dei committenti, dei costruttori  infine dei comunicatori, al quale pure appartiene l’Università. Ho visto la mostra Campobasso a Valle Giulia, molto gradevole, luminosa, e importante come segnale a livello nazionale. Mi compiaccio con voi per questo ulteriore passo avanti; anche con quelli che a valle Giulia ( il Preside Todaro?) hanno sostenuto questa iniziativa. Va certo nella direzione giusta: del superamento fra centro e periferia, della identificazione della qualità possibile anche lontano dalla dimensione di advertising dello star system, della configurazione della qualità architettonica come obiettivo della società civile. Una sola osservazione nel merito, per il rustico agricolo ristrutturato da De Cosmo; mi sarebbe piaciuto che rimandasse eco di agricolo molisano piuttosto che, come mi sembra, di elevato costume altoatesino. Ma può essere che io mi sbagli. L’architettura, meglio vederla a varie ore del giorno e, se possibile, viverla. E’ per questa ragione che non approfitto dell’occasione per esplicitare qui osservazioni di merito sul vostro lavoro; ribadendo  solo le impressioni molto generali che ho comunicato a Roberto in occasione della visita della mamma e dei cugini. Il vostro universo culturale, intellettuale e progettuale è ricco di opzioni possibili, grazie anche alla personalità di ciascuno di voi e ad influenze esercitate da collaboratori eccellenti che avete avuto la abilità e la fortuna di poter scegliere; tutto in una volta, dunque, dicevo, per ricominciare. Come ogni successivo progetto. Buon lavoro, allora, e grazie di nuovo. 

Carlo Severati

 


 

Meta e Metà, appunti di gruppo

 

A febbraio di quest’anno, abbiamo ricevuto l’invito da parte del gruppo del teatro/Forte, all’interno del C.S.O.A. Forte Prenestino , di allestire il foier, tentando solo di creare un ambiente più gradevole per il passaggio e l’attesa del pubblico del teatro stesso.

La circostanza ci era favorevole per approfondire la conoscenza del Forte Prenestino, luogo interessante sia per la sua architettura e per le sue originarie funzioni mai assolte, che per la storia e il vissuto della sua occupazione.

Una iniziale riflessione sul concetto di soglia pone le basi del lavoro. In particolare il distacco creato in una certa misura dai limiti formali dell’architettura e in altra parte dalla volontà degli occupanti.

Essendo interessati alle dinamiche interne di gestione del centro sociale, rivolgiamo domande dirette agli occupanti e documentiamo, catalogando tutto ciò che ci incuriosisce.

Ne emerge un resoconto fatto di oggetti di ogni tipo: marchingegni, sedie, maniglie, cani, tubi, muri; tutto eccetto l’essere umano.

Esaminando gli oggetti fotografati o raccolti, oltrepassiamo quello che poteva essere un nostro punto di vista personale sul valore artistico di certe cose. Ogni elemento, compresi i cani senza padrone, rispecchia un desiderio di libertà ed una energia creativa della stessa intensità di quella che aveva spinto noi stessi a registrare tutto indistinta­mente.

Gli oggetti catalogati divengono poi altri oggetti, subendo stratificazioni ulteriori, come il trasferimento pittorico su altre superfici, la loro presentazione in sequenza fotografica o il “restauro contemporaneo” (alcuni oggetti vengono recuperati e restaurati).

Infine viene quindi allestito il foier del teatro, ricreando una circostanza esteticamente simile a quella di un centro commerciale.

 

Il trasporto degli oggetti fuori dalla fortificazione

 

Nel mese di ottobre 2008 il lavoro viene presentato presso Embrice.

Qui diviene indispensabile rafforzare la separazione con il circostante adottando altri sistemi. Solo dopo il traspor­to, e la successiva installazione, “metà e metà” si è nuovamente dimezzata, avendo perduto il rap­porto con lo spazio precedente. Il visitatore ricostruisce l’ambiente del Forte Prenestino nel suo immaginario, in una dimensione che di volta in volta ricompone una nuova metà ed un suo ulteriore limite.

 

sito web www.traidentiti.it

e mail info@traidentiti.it

 

informazioni sul gruppo

TRAIDENTITI si costituisce nel dicembre del 2005, in occasione della partecipazione della maggior parte dei suoi attuali componenti, all’evento “L’età nomade”, svoltosi presso l’Ex Matta­toio di Roma.

Nel 2007 nasce un progetto molto complesso, durato ben sei mesi e finalizzato alla realizzazione di un vero e proprio “gioco da tavola e da strada” per amanti del video.

Le molteplici modalità di incontro nei luoghi della città, che vengono definite a partire dall’espe­rienza del “GIOCO”, e le suggestioni e il fascino delle periferie romane, forniscono agli artisti le coordinate per creare una mappa immaginaria di Roma, in cui ogni zona periferica diviene limitrofa all’altra. A partire da questa mappatura si disegna una costellazione di idèe, che pren­de concretamente forma nel “programma nidi 5.8”. Quest’ultimo progetto (fruibile più nel deta­glio consultando il sito internet http://www.traidentiti.it/nidi.html) sottolinea ancora una volta l’interesse del gruppo rispetto alle situazioni di degrado e al tema del confine, inteso come limite sociale, geografico, politico o dimensionale.


META’ E META’

 

A febbraio di quest’anno, abbiamo ricevuto l’invito da parte del gruppo del teatro/Forte, di allestire il foyer, tentando solo di creare un ambiente più gradevole per il passaggio e l’attesa del pubblico del teatro stesso.
La circostanza ci era favorevole per approfondire la conoscenza del Forte, un luogo a nostro avviso molto affascinante sia per la sua architettura e per le sue originarie funzioni mai assolte, che per la sua storia dal momento dell’occupazione.


Inizialmente abbiamo riflettuto sul concetto di soglia, ovvero sul distacco creato in una certa misura dai limiti formali dell’architettura e in altra parte dalla volontà degli occupanti. In una situazione di questo genere si rendeva necessario indagare su questi temi attraverso il contatto diretto con le persone del posto. Ci siamo quindi mostrati interessati, come eravamo, alle dinamiche interne di gestione del centro sociale, rivolgendo domande dirette, oppure esponendoci nel documentare attraverso la fotografia tutto ciò che ci incuriosiva. Abbiamo cominciato a ritenere interessante il fatto di creare un archivio del forte dentro al forte stesso e più in particolare ci stimolava l’idea di presentare un punto di vista esterno e “meccanico”, tentando così di aprire un piccolo spiraglio sul muro di cinta del forte. 

 

Ne è emerso un resoconto fatto di oggetti di ogni tipo: marchingegni, sedie, maniglie, cani, tubi, muri; tutto eccetto l’essere umano. Esaminando poi gli oggetti fotografati abbiamo oltrepassato quello che poteva essere un nostro punto di vista personale sul valore artistico di certe cose. Ogni cosa, compresi i cani senza padroni, rispecchiava un desiderio di libertà ed una energia creativa della stessa intensità di quella che aveva spinto noi stessi a registrare tutto indistintamente, quasi senza pensarci. Per questo motivo l’operazione non poteva risolversi solo nella catalogazione, ma diveniva necessario rafforzare quel punto di vista esterno. Prendendo quindi a prestito “un intero” del forte per sottrarne una metà, partendo dalle stratificazioni più superficiali, non abbiamo fatto altro che unire “la metà del forte” con un’altra al limite opposto (il centro commerciale), presa anch’essa a prestito, ma in luoghi dove il desiderio di libertà è soffocato dal nascere. Le due metà non fornivano un intero equilibrato, ma indicazioni con le quali era possibile individuare la separazione ed abbatterla.


Il trasporto degli oggetti fuori dalla fortificazione: se all’interno del forte non si rendeva necessario separare lo spazio della installazione dal resto (perché non poteva esservi e non era necessaria una soluzione di continuità) ad Embrice è invece indispensabile rafforzare la separazione con il circostante. Il discorso dell’oggetto di design da centro commerciale verrà superato, quindi diventerà una delle tante stratificazioni su cui aggiungerne delle altre. In questo modo il lavoro perderà le caratteristiche derivanti dall’accostamento di due estremi, divenendo così una unità. Solo dopo il trasporto, e una volta installata ad Embrice essa si dimezzerà nuovamente avendo perduto il rapporto con lo spazio precedente. Sarà il visitatore, a questo punto, a ricostruire lo spazio nel suo immaginario: questa dimensione definirà la nuova metà ed il suo nuovo limite.

 


Dafne Tafuri

 

Ciao gian luca, grazie per la bella notizia e complimenti per l’ottimo lavoro. Ti segnalo inoltre che oggi è uscita una piccola notizia sul tamburino di Repubblica e spero che domani sia la volta del Corriere della Sera. Un saluto a tutti, Giulio

Il 27-11-2008 21:06, "Galleria Embrice" <galleria.embrice@gmail.com> ha scritto:

Sono contento (e non è per niente una formula di rito) di segnalarvi che "SentireWeb" (link: http://www.giornalesentire.it/2008/novembre/621/arteilgranderitornodelmarmo.html)  pubblica un articolo sul marmo e cita Dafne Tafuri insieme a Maurizio Cattellan.
"Sentire" è un piccolo ma prestigioso magazine della Provincia d Trento (nel senso che, credo, sia proprio di proprietà della Provincia), molto bello e ben curato, una felice intuizione quella di inserirlo nella mailing list. Non è ancora il Giornale dell'Arte o le pagine di cultura di Repubblica, ma - per dirla alla francescomoschini - quelli pubblicano solo le mostre di Gagosian.
 
Insomma - per continuare con un lessico moschiniano (ormai anche accademico e quindi codificato e passibile di imitatio) - "l'azione ossessa, puntiforme e rizomatica di Embrice - dall'apparente invisibilità - riemerge, con il suo andamento carsico, in zone inesplorate della coscienza collettiva, fino ad acquisire un suo senso nel sistema valoriale collettivo..."
 
un saluto
gian luca
 
Ps.: di seguito le altre uscite sul web e, quindi a seguire la mail di sentireweb.

http://www.exibart.com/profilo/eventiV2.asp?idelemento=63184
http://www.undo.net/cgi-bin/undo/pressrelease/fpressrelease.pl?id=1227190960&day= <http://www.undo.net/cgi-bin/undo/pressrelease/fpressrelease.pl?id=1227190960&amp;day=>
http://www.arte.go.it/eventi/2008/e_3507.htm
http://artmagazine.arcadja.it/2008/11/17/una-scultura-memorie-di-un-grande-marmo-committenza-progetto-esecuzione-e-nuove-configurazioni-personale-di-dafne-tafuri/ <http://artmagazine.arcadja.it/2008/11/17/una-scultura-memorie-di-un-grande-marmo-committenza-progetto-esecuzione-e-nuove-configurazioni-personale-di-dafne-tafuri/>
http://lnx.whipart.it/html/comunicato-stampa-5117.html <http://lnx.whipart.it/html/comunicato-stampa-5117.html>
http://www.lettera22.it/showart.php?id=9912&rubrica=19 <http://www.lettera22.it/showart.php?id=9912&amp;rubrica=19>
http://www.eosarte.eu/?p=5350
http://www.murmurofart.com/Testo.asp?Progr=3314 <http://www.murmurofart.com/Testo.asp?Progr=3314>
http://www.pianeta-arte.com/mostrevis.asp?id=1819 <http://www.pianeta-arte.com/mostrevis.asp?id=1819>
http://www.arteglobale.it/zoom_evento2402.aspx
http://www.tribenet.it/read.php?read=6862
http://www.mdarte.it/eventi/archivio/211108tafuri.htm <http://www.mdarte.it/eventi/archivio/211108tafuri.htm>
http://artenotizie.blogspot.com/2008/11/roma-dafne-tafuri-alla-galleria-embrice.html <http://artenotizie.blogspot.com/2008/11/roma-dafne-tafuri-alla-galleria-embrice.html>
http://www.art.e-zine.it/News.asp?cmd=find <http://www.art.e-zine.it/News.asp?cmd=find>
http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/66947.html
http://artemoderna.blog.dada.net/tag/dafnetafuri <http://artemoderna.blog.dada.net/tag/dafnetafuri>
www.arteinrete.net/mostre.asp <http://www.arteinrete.net/mostre.asp>

---------- Forwarded message ----------
From: Corona Perer <coronaperer@gmail.com>
Date: 2008/11/27
Subject: Recensione Dafne Tafuri
To: Galleria Embrice <galleria.embrice@gmail.com>, Redazione Sentire <giornalesentire@gmail.com>

Buongiorno!
Sono lieta di comunicarLe di aver inserito su SENTIRE web una
recensione su Dafne Tafuri selezionato con altri eventi prestigiosi che vedono il marmo
protagonista (Cattellan/Italics, Galliani/Trento).
SENTIRE edita anche un trimestrale stampato in B/N
mirato all'arte trentina (e non solo) in distribuzione gratuita nei musei
 
Ecco il link della sua pagina web: http://www.giornalesentire.it/2008/novembre/621/arteilgranderitornodelmarmo.html
ma visionerà il titolo anche nel sommario Arte e Cultura qui:
http://www.giornalesentire.it/
 
Cordialità e complimenti
 
Corona Perer
Giornalista

 

 

Comunicato stampa

una scultura. memorie di un grande marmo. committenza, progetto, esecuzione.

e nuove configurazioni.

A cura di Francesco Moschini

Inaugurazione: venerdì 21 novembre 2008, ore 18

Da venerdì 21 novembre 2008 – a venerdì 3 dicembre 2008. Orario: 18 - 20, chiuso la domenica.

Si apre venerdì 21 novembre presso la galleria Embrice Arti e Mestiere una mostra di Dafne Tafuri.

Quarantenne, romana, protagonista di sconfinamenti tra i diversi campi della scultura della scenografia e dell’illustrazione, Dafne Tafuri propone in quest’occasione un doppio percorso, rivolto da un lato alla “memoria”: la storia di una grande opera in marmo, riletta nel suo iter creativo attraverso fotografie e documenti, e dall’altro alla possibilità di un nuovo operare con piccoli disegni e rarefatte incursioni nel suo privatissimo mondo. Insomma,  I rapporti più armoniosi e i rapporti più dissonanti: dalla levigatezza e ieraticità del marmo (già collocato in una collezione privata nella cittadina di Taino, in provincia di Varese) ad aerei appunti fatti di alternanze tra veloci scorrimenti filiformi e più spessi grumi di colore rappreso, rigore geometrico e virtuosismi di forme in incubazione.

 

Senonché, sottolinea Francesco Moschini, quegli appunti “hanno il sapore di chiarimenti a se stessa piuttosto che il velleitario proposito di darsi come prefigurazioni di possibili opere” e il grande marmo, nei suoi due elementi incastonati tra loro, esprime una tensione, un vero e proprio corpo a corpo tra forma e materia, leggerezza e pesantezza, firmitas e precarietà, che è ricerca di una fisica interiorità.

 

A legare i due aspetti di questa esposizione che ha un sapore di laboratorio, una ricercata arcaicità e una appena stemperata primordialità. “Sono consapevole di una certa inattualità dell’opera,” scrive l’autrice. “Questa inattualità,” prosegue, “nasce ed è imprescindibile dall’indagine del nostro presente e nel presente deve essere verificata.”

Inattualità come unica condizione possibile verso l’altrove, aggiunge Francesco Moschini, rispetto al disordine, allo scompiglio urlato del presente.

Costante tensione sembrano indicare le opere visibili in questa occasione espositiva

nello spazio di Embrice.

I rapporti più armoniosi – si accomunano così, nella poesia in prosa di Amelia Rosselli scelta da Dafne Tafuri per chiosare questo suo intervento espositivo, -  alle piccole sgraffignature in quell’unico sicuro scialle.



Sul lavoro di Silvia Sbordoni

 

SARA' COME SE
“Sarà come se t’avessi dato, invece delle stelle, mucchi di sonagli
che sanno ridere….” A parlare è il Piccolo Principe, l’ineffabile
“ometto” creato dalla fantasia di Antoine de Saint Exupery, il suo è un
commiato e insieme un appuntamento per l’amico aviatore che il giorno
successivo assisterà alla sua partenza/dipartita. Ciò che vuole dire è
che ognuno può vedere nelle stelle le cose che gli sono più congeniali,
ma c’è un solo modo per riuscire a vedere delle stelle che “non stiano
zitte”: aver legato la loro immagine ad un affetto ricambiato, meglio
ancora se per una via segreta che nessun altro conosce.
Nel suo video che ha come titolo l’ affermazione di cui sopra Silvia
Sbordoni, parte dal medesimo assunto, applicandolo, però, non al
firmamento, ma a quelle strane galassie che vanno sotto il nome di
metropoli postindustriali.
Nelle città di una volta trovare la via del simbolico era
relativamente facile. Gli snodi viarii e le emergenze urbane
configuravano, infatti, una sorta di telaio funzionale che finiva per
perimetrare i luoghi del quotidiano offrendo loro delle sicure
coordinate di riferimento, entro cui inscriverne  altre, di volta in
volta,  più specifiche e personali, legate a percorsi, abitudini,
piccoli particolari.
Oggi non è più così, i quartieri abitativi sono troppo estesi ed
omogenei per lasciarsi assimilare ad alcunché, le arterie di
scorrimento troppo simili ad autostrade per stabilire dei contatti
ravvicinati con il tessuto abitativo, le emergenze architettoniche
troppo autoreferenziali per stabilire un dialogo   serrato  con ciò che
hanno intorno.  Uno stato di cose al quale va aggiunta la nostra
tendenza a fondere sempre più tra loro esperienze reali ed esperienze
virtuali, sentimenti sorti nel nostro intimo e reazioni emotive indotte
dall’universo dello spettacolo.
Cosa si può fare allora per evitare che dilaghino iniziative assurde
come quella della targa commemorativa nell’insignificante cortile di
Brighton dove i protagonisti di Quadrophenia fanno l’amore per la prima
volta o patetiche mostruosità come l’albero dei lucchetti di Ponte
Milvio? Per evitare, soprattutto,  che alla fine cose del genere ci
appaiano innocenti o peggio ancora commoventi?
La nostra artista propone non la soluzione più semplice, ma la più
diretta, agire d’autorità, isolare una ad una le stelle della propria
esistenza, certificarne l’autenticità  con una sorta di scrittura
privata subito occultata e infine, dopo averle messe al sicuro ciascuna
nello scrigno che più le conviene,, tracciarne la mappa come si fa con
le costellazioni, entità del tutto soggettive eppure, a modo loro, più
autentiche di qualsiasi costruzione scientifica.
Paolo Balmas

 

LA TERRA DEL SONNO


La “Terra del sonno” che Maria Chiara Calvani ci invita ad esplorare
non è il territorio onirico dei Surrealisti, non è abitata dalla
violenza del desiderio e dal rigore della censura,  non  genera 
visioni  inquietanti  radicate nell’inconscio dell’individuo  ma
chiamate ad insidiare  la stabilità dell’intera compagine sociale.
E’ una terra  concreta e feconda come quella coltivata dai contadini
che vivono sulle sponde del Trasimeno. Contadini che, nel video, 
seduti di fatto sui campi dai quali trae alimento la loro comunità ci
raccontano i propri sogni, in dialetto, come li racconterebbero ad un
amico.
Questo, naturalmente, non vuol dire che uno psicanalista non potrebbe
usare le storie narrate come tracce da cui risalire alle rimozioni
infantili di ciascun  sognatore e con esse all’eterno, immancabile,
teatrino edipico, (con annessi e connessi), vuol dire soltanto che il
punto di vista adottato è un altro. E’ un punto di vista assai più
simile a quello del mito e della fiaba.
Volendo potrebbe anch’esso essere definito “terapeutico”, a patto però
di pensare ad una terapia non della persona ma del sistema di scambi
che come tale la individua. Allo stesso modo potrebbe  essere definito 
“politico”, a patto però di pensare ad un’azione che nasce dal basso,
da un allargamento del dialogo a temi e nodi che in genere vengono
tralasciati  perché considerati attinenti soltanto al privato, ad un
uso non progettuale dell’immaginazione.
E proprio qui sta il punto, l’intuizione su cui da anni lavora la
nostra artista, il sogno guarisce e sovverte  anche se non è
decriptato  e riconsegnato al suo autore per fare di lui un  uomo
nuovo, un potenziale rivoluzionario. L’importante è che venga
comunicato, condiviso, rielaborato insieme. In altre parole messo in
circolazione secondo una strategia di accrescimento esponenziale dove
comunque la quantità sia subordinata alla qualità  .
Con buona pace dell’economia globalizzata, ogni giorno si producono
più sogni che automobili, frigoriferi o computer. Più sogni che bombe.
Ci sono voluti oltre  dieci anni per capire che non esistono bombe
intelligenti. Quanti ce ne vorranno per capire che non esistono sogni
stupidi? Che non esiste un uso privato ed un uso pubblico dell’
immaginazione, ma solo un uso inibito ed uno allargato dei suoi
principi costitutivi? Del suo potere d’incanto, tanto più incoercibile
quanto più elementare?
Paolo Balmas

 

 

FINO A TE

C’è qualcosa di temerario e al tempo stesso di oculato nella selezione di
immagini che  Alessandra Baldoni ha preparato per questa mostra. Qualcosa di
molto simile alla scelta di combattere a mani nude contro un nemico armato fino
ai denti, di rischiare grosso per dimostrare che le sue armi non servono a
difendere chi dovrebbero difendere, ma a procrastinare nel tempo un delitto, 
un’offesa che troppi non riescono a mettere a fuoco per via dei suoi legami
profondi con l’ordinamento sociale entro cui tutti  viviamo adagiati.
Le armi cui mi riferisco sono quelle del rituale, dell’intero complesso di
cerimonie e investimenti simbolici attraverso cui la donna, da tempo
immemorabile e con poche varianti fra una civiltà all’altra, viene introdotta
alla vita amorosa.
Nella prima foto vediamo una bambina in piedi su un pontile, è vestita di
rosso  ed ha tra le mani un uovo di dimensioni inusuali.Sullo sfondo uno
specchio d’acqua verdastro ed un cielo che non sarebbe azzardato definire
amniotico. L’ immagine, come le altre due che le stanno accanto, fa riferimento
a tutte quelle leggende in cui incontriamo una fanciulla prigioniera di un
drago ed un eroe che si adopera per liberarla e ricondurla  tra gli uomini dove
ad attenderla c’è sicuramente colui che la sposerà e la renderà felice. L’
intento polemico è evidente, se la bambina ha con se l’uovo entro cui il mitico
animale è venuto al mondo, vuol dire che il drago è qualcosa che le appartiene
sin dall’inizio, qualcosa che  come lei deve ancora dischiudersi alla vita e
che potrebbe farlo in accordo, piuttosto che in disaccordo con il suo  sviluppo
naturale.
Nella seconda foto la bambina è già un’adolescente e, sia pure con qualche
inicertezza,   sembra interessata ad addentrarsi in un bosco che non ha nulla
di tenebroso, il suo abito già si presta ad essere interpretato come un capo
cucito e indossato per l’occasione. Nella terza, infine, siamo oramai di fronte
ad una donna  che in qualche modo  ha introiettato il drago nel suo stesso
corpo e più che a difendersi da un terribile guardiano sembra essere intenta a
fare il punto sul suo cambiamento, a registrare emozioni e sentimenti, brividi
e sensazioni, languori e desideri entro un nuova dimensione di consapevolezza
sia fisica che mentale.
Morale della favola, se i prodi cavalieri vogliono continuare ad uccidersi tra
di loro in questo o quel torneo, facciano pure, ma la smettano di andare in
giro ad uccidere draghi, perché così facendo rischiano di uccidere le donne
stesse e ricondurre a casa soltanto delle cortesissime dame che non
conosceranno mai la passione, la trasgressione, il piacere, il narcisismo e
tutto ciò per cui vale la pena di vivere.

Paolo Balmas

 

COMUNICATO STAMPA

Materia e atmosfere nelle tre battaglie di Paolo Uccello. Video di Federica De Falco.

A cura di Paolo Balmas

 

Forse Tra il 1438 e il 1456 Paolo Uccello dipinge il ciclo della Battaglia di San Romano. Una sequenza su tre tavole, il cui discorso è stato spezzato dal tempo (oggi l’opera è divisa nelle sue tre pale tra gli Uffizi, il Louvre e la National Gallery) e forse anche più da una tradizione critica, risalente al Vasari, che la vuole composta da “sculture di legno”, che danno l’apparenza di raggelati automi.

Federica Del Falco ci propone letteralmente una ri-composizione della pittura di Paolo Uccello, prima ancora che nello spazio, nel tempo. L’idea è quella di riunire il trittico in una visione simultanea, e di restituirgli dinamismo applicando la cinesi alla fissità attraverso la musica e l’utilizzo di materie virtuali.

Le antiche pitture sono state animate nei loro singoli elementi grazie alle tecniche digitali. La matericità originale della pittura - si pensi alla luminosità di alcuni elementi resa dalla foglia d’argento, ormai irrimediabilmente persa, - è stata rimpolpata dall’inserimento di elementi fotografici di materiali (dagli aghi di pino alle pietre) che Federica De Falco va collezionando da tempo con passione entomologica in “classificatori di plastica anni Settanta”. Allo stesso tempo il ritmo, che percorre tutto il ciclo attraverso linee orizzontali, è stato riportato in vita e accentuato con onde di marmi-polvere.

Le tre tavole – così rianimate e restituite al mondo - sono quindi proiettate contemporaneamente su tre schermi contigui con un unico sonoro, affidato a un giovane musicista, che sottolinea lo svolgimento dei film con un commento tutto calato nella contemporaneità.

Ma il lavoro di Federica De Falco non si limita a far rivivere la scenografia della Battaglia di San Romano con un raffinato lavoro di orologeria operato attraverso gli strumenti dell’animazione digitale, sia pure con l’effetto catalizzante della musica e di materiali estranei: il quadro non poteva essere rimesso in moto meccanicamente, come un gigantesco carillon. Per lei, ricomporre l’opera significa ritrovare il senso di una complessa orchestrazione sinfonica. Il movimento delle diverse trame è reso allora attraverso strutture geometriche ricercate tra quelle già presenti nei quadri: nell’opera conservata agli Uffizi un cono è ben identificabile nella collina che occupa in alto la parte centrale. I pattern sono così mossi all’interno di un’orbita, un anello intorno a un perno, a formare una sinusoide luminosa, che acuisce la tridimensionalità del movimento e sottolinea l’idea di moto, cioè lo spazio attraversato in un certo tempo.

Ciò che ne esce fuori è la scoperta che la straniante immobilità delle figure fermate da Paolo Uccello nei diversi momenti della sequenza meccanica di un movimento, è tesa a rappresentare una concezione lineare del tempo scenico che si sprigiona come la sottile energia annidata tra una fotogramma e il successivo, tra due fermo-immagine. Una concezione modernissima che precorre gli esperimenti di Muybridge, la cronofotografia di Marey, le opere del futurismo, ma anche “Nu descendant l’escalier” di Duchamp.

 

Battaglia di Federica

 

Il primo Giugno del 1432 le truppe medicee, al comando di Niccolò Maurizi da Tolentino, sconfiggono l’armata senese, guidata da Bernardino della Ciarda, grazie al provvidenziale  sopraggiungere dei rinforzi del  nuovo contingente  di Micheletto da Codignola. L’evento ci è consegnato visivamente dai tre dipinti di Paolo Uccello nei quali si dispiega il lavoro oggi presentato dall’artista, sollecitata da un rapporto di predilezione con le opere, oltrechè dall’interesse culturale. Un interesse premiato dalla pubblicazione ( 2005) dello studio  di James Bloede’ sulla rappresentazione del movimento, quando Federica Dal Falco aveva cominciato da un paio d’anni ad intersecare textures ed uno dei dipinti.  Bloede’, teorico e pittore che ha copiato molte volte la scena della Battaglia che è al Louvre , riprende la linea critica in certo senso antagonista a quella nata da Vasari e Donatello, e avviata da Holmes (1923),Huyge(1952), Soupault(1980). La scena non è, secondo questa linea, composta da raggelati automi, ma propone all’osservatore la sua dinamica attraverso il continuo movimento dell’occhio, che cerca di comprenderne la composizione.

Su questo controverso punto critico prevale, a mio avviso, per quanto riguarda Uccello, un generale imbarazzo della critica riguardo ad una personalità assai complessa- molti artisti, come a volte accade, in uno stesso artista- legata alla cultura del trecento europeo fino alla sua morte, nel 1475. Ancora con molti dubbi su cronologie e attribuzioni. Federica Dal Falco predilige da sempre questi dipinti, e la lettura di Bloede’ incoraggia la sua decisione di assumerli come soggetto di una operazione di integrazione- sovrapposizione di textures disomogenee, vegetali e lapidee, che lei da anni registra a migliaia con la sua macchina fotografica. Sceglie lo strumento dei film, e inserisce, nel breve tempo nel quale essi si svolgono ( 3 minuti) elementi di animazione ( icone delle lance degli armati, una sinusoide luminosa), che mediano col loro movimento oscillante lento ( cime di cipressi al vento, tanto quanto lance in mano a cavalieri che aspettano di farsi spazio per abbassarle a disarcionare i nemici).

Le antiche pitture ( Londra, Parigi e Firenze) sono così riunite, proiettate su tre schermi contigui con un unico sonoro, affidato a un giovane musicista , che sottolinea lo svolgimento dei film con un commento tutto calato nella contemporaneità. L’operazione ha molti aspetti didattici: si conclude focalizzando le immagini originali di Paolo sui protagonisti di ciascuna delle tre scene; consegna così all’osservatore una sorta di gratificazione, alla fine dei tre minuti di spettacolo.

(Mi è stata spiegata una cosa che non sapevo o che avevo dimenticato). Si capisce tuttavia la totale arbitrarietà del percorso maieutico, e la spiegazione si può solo cercare nella equivocità semantica del messaggio artistico.

Per cercare di capire e forse spiegare  provo a interrogarmi sulla legittimità e la credibilità delle operazione proposte dall’artista.

La mia difficoltà viene da una analoga predilezione delle tre opere di Paolo Uccello; condividerla, da curatore, con l’artista, apre un pericoloso sentiero di fraintendimento. L’indicazione di Valèry, guardare, col taccuino di disegno in mano, più volte citata da Bloede’, è, nel caso in questione, necessaria ma non sufficiente. Quasi cinquanta anni fa, studente di scenografia con Colasanti , a Roma, ho disegnato per gli armati in esterno del Becket di Anhouil cavalieri con lance e stendardi che si ispiravano ai nostri tre dipinti, forse ancora senza capire.

Mi aiuta la circostanza che, oltre ai film, la nostra artista presenti in mostra contenute dichiarazioni d’amore e proclami, e un piccolo bestiario, nel catalogo, che cita, per esempio, Bosch, di cinquant’anni più giovane. (Come Luca Signorelli: le sue  figure d’Orvieto che si liberano dai loro sarcofagi rimandano alle Storie di Noè di Paolo Uccello). Perché mai Bosch, se non per il riconoscimento in Uccello anche dell’antirinascimento,  stanato e descritto da Eugenio Battisti? La dialettica fra prospettiva come regola e prospettiva come strumento, fra movimento e stasi non esaurisce allora la problematica aperta dalla Battaglia , che mette sul tavolo dell’analista molti dipinti europei. Di questo si accorge la nostra artista: credibilità e legittimità vanno  ricercate nella sua tensione, che va al di là dell’intento didattico . Rivendica il diritto delle sue apparenti distorsioni e trasgressioni, e fa capo solo alla sua cultura e alla sua sensibilità per attraversare la univocità semantica del sapere.  Le mixed textures di aghi di pino e frammenti lapidei, o le sinusoidi luminose come segnale di connessione dinamica fra le tre scene liberano anche il mio pensiero. Forse  non di battaglie, ma di sfide e presentazione di armati si tratta, come si potrebbe capire dal semplice confronto fra l’esiguo numero delle lance orizzontali e le molte verticali. Pensiero che forse potrebbe riposare su una migliore conoscenza del come andarono effettivamente le cose; forse, una  riscrittura storica operata dal Pittore. Rimettendo in gioco la data, lasciando a lui e al grande committente il tempo di una revisione. D’altronde il monumento dipinto da Uccello a John Hawkwood, protagonista delle guerre italiane nella seconda metà del trecento e alfine fedele alleato di Firenze, era stato deciso quarant’anni prima; e avrebbe dovuto essere non solo-dipinto, come quello di Paolo ma :“ di pietre e marmi con figure…” . E penso alla concitazione- quella sì,  nel pieno della battaglia, ad Anghiari - nel cartone superstite di Leonardo; o al mosaico di Napoli con la battaglia di Isso, sconosciuto ( fino al 1830) archetipo di tutte le battaglie successive.

C.S. 8 Ottobre 2008.

 

Che lo si voglia ammettere o no, ogni opera d’arte cela dentro di sé un abisso. Non in forza di misteriosi poteri o di una improbabile partecipazione al divino, ma per il semplice fatto che  aspira a indagare il senso delle cose  piuttosto che le loro relazioni, la ragion d’essere delle forze che animano il mondo piuttosto che la loro misura o il loro gioco. Interpretare un dipinto è sempre, in qualche modo, un tentativo di affacciarsi su quest’abisso, di trovare  il varco da attraversare, il sentiero da percorrere per disporsi nel luogo di osservazione più appropriato. Che ci si presenti come una faglia attraversante un vasto territorio o come  nodo illusorio che non vale a richiudere una trama altrimenti serrata, esso in genere non è difficile da individuare e spesso viene il sospetto che sia stato l’artista stesso a volercelo indicare. Vi sono però anche artisti che fanno di tutto per renderci difficile l’operazione, in parte, forse,  per accrescere la carica seduttiva della loro opera, ma soprattutto per lanciare una sfida alla nostra presunzione e assicurarsi, nel tempo a venire, solo compagni di viaggio degni di condividere a distanza i dubbi e le scoperte, le incertezze e le gratificazioni che hanno alimentato la loro silenziosa passione. Paolo di Dono è stato sicuramente uno di questi e sicuramente non è un caso che la sua fortuna critica contempli diversi tentativi di metterlo a margine, di sminuire la portata del suo lavoro. Un lavoro che sul piano tecnico si serve a piene mani della nascente cultura rinascimentale, ma scientemente non ne avalla l’equazione di fondo, quella che, nella vulgata giunta fino a noi, vuole l’uomo misura di tutte le cose, microcosmo al centro del macrocosmo. Il ciclo dedicato alla Battaglia di San Romano è in un certo senso il manifesto più compiuto di questo singolare atteggiamento in quanto più ci si accanisce a definirlo bizzarro, contraddittorio, inconcludente, più ci si scontra con la sua autorevolezza visiva, con la sua smagliante bellezza, con la sua evidente profondità  bloccata e come rinserrata in superficie. C’è una storia narrata attraverso tre momenti salienti esattamente come richiesto dai committenti, c’è un metodo di rappresentazione scientificamente impeccabile esattamente come prescritto dala scuola pittorica più avanzata del tempo, ma si capisce perfettamente che il centro dell’interesse dell’artista è altrove. Altrove e tuttavia  non al di fuori della flagranza delle immagini. Chi conosce già la ricerca  di Federica Dal Falco non  avrà difficoltà a capire perché l’artista romana non ha potuto fare a meno di misurarsi con un capolavoro così insidioso, per chi, invece,  non la conosce cominciamo subito col dire che in lei la propensione  all’indagine metodica e quella all’ascolto degli indizi anche i più flebili provenienti dal dato sensoriale rappresentano da sempre una medesima istanza. Raccogliere, fotografare e classificare i più disparati materiali organici ed inorganici (marmi, terriccio, fogliame, pietre, ruggini, sabbia e via dicendo)  ed amplificare i segnali che ci vengono dalla loro consistenza, dalla loro texture o dal loro colore sono fasi consequenziali di uno stesso processo conoscitivo che risale dall’impatto diretto con gli elementari della natura alla proiezione evocativa più  impalpabile e fantasmatica. Per aprirsi un varco nello straniante incastro di prospettive, che valsero a Paolo Uccello il rimprovero di essersi troppo avvicinato all’arte degli intarsiatori, Federica Dal Falco è partita proprio da ciò che l’artista fiorentino aveva a suo tempo bloccato in un fermo immagine refrattario all’idea stessa di ripartenza. Se Niccolò da Tolentino,  Bernardino della Ciarda, Micheletto da Cotignola e i loro armati, non possono essere rimessi in moto neppure dalla più vivace fantasia di osservatore  in quanto a ciò si oppone, come paradossale inerzia sui generis, un’armonia d’insieme troppo complessa e stringente, sarà sempre possibile mettere in moto al loro posto un composto di reperti iconici derivato dalla natura ed articolato morfologicamente in omologia con la struttura dei tre dipinti. Ecco nascere l’idea dei tre video che oggi possiamo osservare in contemporanea, mentre con l’ausilio di una colonna sonora creata per l’occasione da un amico musicista, combattono anch’essi la loro battaglia questa volta contro entrambi gli schieramenti. Le loro armi non ostili ma significativamente inverse per qualità a quelle usate dal  pittore rinascimentale  sono la complessità, la duttilità, la capacità di staccarsi dal piano euclideo per slittare su superfici sferiche (suggerite dal paesaggio sullo sfondo), la rarefazione e la condensazione, la possibilità di rimarcare le linee andamentali ricavabili dalle immagini iterate della battaglia e, da ultimo,  l’isolamento di elementi figurali (tra il militare e l’araldico) volto a evidenziarne la vocazione motoria inscritta nella tradizione della guerra come rituale cavalleresco. Naturalmente non è possibile dire se Federica dal Falco sia riuscita a far breccia nella enigmatica laconicità di Paolo Uccello, ma di certo le suggestioni ottenute, come la concentrazione su volti, sguardi, espressioni, tensioni, rendono evidente che nel ciclo della battaglia di San Romano è rintracciabile un “punto di vista” che non è quello della geometria descrittiva, ma piuttosto quello della psicologia individuale di alcuni dei soggetti rappresentati. Il che,  pensandoci bene, ma anche un po’ forzando la mano, non è per nulla  in disaccordo con la riflessione teorica di fondo che si può ricavare dalla poetica del grande pittore fiorentino:  la prospettiva inscrive l’uomo in un universo sistematico e totalizzante, ma le prospettive possibili sono in realtà tante quanti i corpi individuali che poniamo al loro centro e nessuna può essere detta più vera dell’altra.

Paolo Balmas

 


 

Città Attiva XI, Musica, Mostre, Giochi, Cinema a cura di Daniele Forlani

L’associazione Culturale “Via delle Sette Chiese Chiese” - in collaborazione con il Municipio Roma XI e con il contributo della Regione Lazio - promuove la manifestazione “Città Attiva XI, Musica, Mostre, Giochi, Cinema”.

Il 7 e l’8 marzo, tra le 14 e le 22, il breve tratto di strada che va da Largo delle Sette Chiese al civico 44 verrà chiuso al traffico per lasciare spazio a mostre d’arte, artigianato artistico, architettura e fotografia, incontri di studio, cinema d’autore e musica dal vivo.

Via delle Sette Chiese, percorso arcaico, poi importante collegamento fra il Tevere e la Via Appia, infine via dei pellegrini in visita alle sette basiliche, in questo tratto riassume il fascino di una Roma che non si scompone davanti a nulla: un posto mai stato paese e che non vuole ridiventare metropoli. L’Associazione “Via delle Sette Chiese” (formata da artisti e architetti, musicisti, ristoratori, fioriti nel cuore della Garbatella) che lavora per il Restauro Urbano della Garbatella, propone una manifestazione con un programma diversificato, lungo la strada e all’Urban Center, Casa del Municipio Roma XI.

Lungo la strada suonerà un’orchestra di ottoni la Banda Brassmati (dalle 18 di sabato 7 marzo); ci saranno un carro delle meraviglie per bambini, ombrelloni con libri ed altro, sedie, tavoli; luci nelle ore serali.

Al civico 78, la Galleria Embrice propone l’eclettica creatività di Nina Tamaro che disegna borse e zaini con la pignoleria dell’artigiano e il rigore dell’artista.

Pochi passi più in là, al civico 50, lo studio Atelier d’Architettura degli architetti Olivier Felix-Faure e Nicola Ciaburri presenta di Segni diversi’, una collettiva che evidenzia la specificità del disegno come segno per la scultura e l’architettura. In mostra gli studi architettonici di Olivier Félix-Faure, caratterizzati da un segno impulsivo e dinamico scaturito direttamente dal progetto mentale dell’architetto; i lavori dell’architetto Nicola Ciaburri, che accostano al concetto classico del disegno come schizzo, segno dinamico e veloce, quello nuovo e contemporaneo del disegno progettuale; i disegni dello scultore Michele Melotta, i quali rivelano un segno scultoreo che trova il suo spessore nel movimento della forma plastica; infine i “segni concentrati” di Biagio Iadarola, architetto e scultore che progetta con rigore e semplicità funzionale i piedritti di un vuoto architettonico con un segno lineare.

In mezzo, tra Embrice e Atelier D’Architettura, Fabio Andriotto propone sei fotografie presso l’atrio di Piano B, anche sede del Centro Musicale del Municipio Roma XI. Fabio Andriotto tenta, con queste foto di grande formato incorniciate in legno, di comunicarci l’emozione che può dare una piccolissima goccia che vive la sua breve vita nel lago viscoso della porporina al quale si riconsegna in pochi secondi. Un evento del tutto occasionale per la maggioranza della gente, usuale per chi affronta materiali e rimescola colori nella sua vita quotidiana.

Domenica 8 marzo dalle 16.00 alle 18.00 L’Urban Center, Casa del Municipio XI, ospiterà un incontro dibattito sulla Via e sul Quartiere, con il progettista delle recenti opere di miglioria “Architettura e Urbanistica, Via delle Sette Chiese 1999-2009” e, dalle 18.20 alle 20, la proiezione del film iraniano As Simple As That, vincitore a pari merito dell’Asiaticafilmediale Festival a Roma nel 2008.

Sempre domenica, dalle 20.30, alla confluenza su Largo delle Sette Chiese ci sarà l’intervento musicale di due gruppi femminili: il Just Four Jazz Ladies e The Quincet.

 

Porporina d’oro: foto in cornice

osservazioni sulle foto esposte nell’atrio del centro musicale del Municipio XI

 

Fabio Andriotto tenta con queste foto di grande formato incorniciate in legno di comunicarci l’emozione che può dare una piccolissima goccia che vive la sua breve vita nel lago viscoso della porporina al quale si riconsegna in pochi secondi.

Forse sei secondi-tante quante sono le fotografie- o appena qualcosa di più.

La vita della goccia dorata si può osservare solo ad una distanza molto ravvicinata, e con la attenzione dovuta ad un evento piccolissimo. Un evento , del tutto occasionale per la maggioranza della gente, usuale per chi affronta materiali e rimescola colori nella sua vita quotidiana.

Il caso di fabio è diverso: mescolare colori e trarne immagini non è evento né raro né quotidiano.

E’ piuttosto una via d’uscita da un duro quotidiano artigianale di restauratore del legno.

Quando e le regole  del mestiere e l’amore per la materia ti strappano ore a paga zero per l’ottenimento della regola d’arte.

L’osservazione dunque della goccia di porporina d’oro nasce quasi casualmente e clandestinamente, e diventa tema da comunicare per una certa sua analogia con le viscosità della vita, nelle quali pure compare ogni tanto una luce, raramente dorata.

Fabio fotografa con obiettivi macro e ingrandisce a dismisura, quasi rendendo irriconoscibile la realtà del processo che ha fotografato in sequenza.

Macchie giallastre disegualmente riflettenti nell’atrio di un centro musicale, ingombranti se davanti ai nostri occhi e inquietanti se alle nostre spalle.

Silenziose. Ammettiamo che siano colà collocate non per caso, ma in base ad un qualche ragionamento.

In un centro musicale tutto ciò che non è dentro le sale di prova è condannato al silenzio, un silenzio perenne di zombi che scrivono, leggono e parlano sottovoce al telefono.

Forse si può dire che gli ori smaccatamente artificiali, protetti da evidenti profilattici in vetro, di Fabio Andriotto, sublimano ( fanno, cioè, cambiare di stato) il silenzio obbligato dell’atrio.

Ma non basta: ci sono le cornici tagliate a spigolo, chiare e scure in una sequenza apparentemente casuale. Se riuscite a distinguere, ancora non è finita, perché ogni cornice, brutale cassa nel suo taglio industriale, ha delle grazie; degli inserti in legni altri.

Qui forse Andriotto resta troppo legato all’oscurità del suo laboratorio, e perde una occasione.

Se fossero fatti d’oro- come possiamo tuttavia immaginarceli- si potrebbero leggere come i fumi rappresi di quella goccia sciolta; completando un racconto  del quale il tentativo di interpretazione che ho fatto sin qui poteva essere credibile.

M agli inserti delle cornici non restituiscono luce, e per capire non resta altro che chiedere all’autore. C.S. 12/03/008


Le scale di Paolo Marconi: una conferenza nell’aula Urbano VIII della Facoltà di Architettura della Università Roma 3 del Professore Emerito Paolo Marconi.

 

La conferenza di Paolo Marconi su di una parte della sua autobiografia di progettista, dal titolo Le Scale di Paolo Marconi, chiude idealmente la breve esposizione dei suoi lavori allo Studio-Galleria Embrice, dal 22 Maggio al 12 Giugno.

La sede, Aula Urbano VIII all’Argiletum, sede centrale della Facoltà di Architettura di Roma Tre, è quella più familiare a Marconi e al suo staff, che lì svolgono le lezioni del Master Europeo in Restauro Architettonico e Recupero della Bellezza dei Centri Storici.

La Mostra, dal titolo Paolo Marconi Architetto, pur dando testimonianza del sorprendente dossier di Marconi come maestro internazionale di Restauro Architettonico, tendeva ad evidenziare lo sforzo progettuale delle innovazioni che fatalmente si introducono nell’antico per renderne la sua pregnanza nel mondo contemporaneo.

Venivano mostrati per di più progetti giovanili - che saranno brevemente illustrati il 16 Giugno- che culminano con quello per la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.

Progetti attraverso i quali si può ricostruire una larga testimonianza del dibattito architettonico a Roma, a partire  dal 1952, e che tuttavia con difficoltà si configurano come dna del più recente Marconi.

C.S.

 

 

Stilfragen 2009: Paolo Marconi Architetto

 

50 anni fa si laureavano a Roma Gianfranco Caniggia, Paolo Marconi e Paolo Portoghesi.

Elementi di crisi erano apparsi nella scelta di un linguaggio architettonico, in Italia e in tutto il mondo, ed erano stati raccolti e mediati nella Scuola di Roma da Saverio Muratori. Dopo le sue prove di ‘semplificazione’ razionalistica e le tipologie ‘svedesi’ delle case popolari costruite fra il primo e il secondo settennio INA Casa, Muratori impose una severa didattica tradizionalista a Roma - dalla ‘Cappella in muratura’ alla ‘Casa a schiera’ - contemporaneamente alla nascita dell’edificio da lui costruito all’EUR per la Democrazia Cristiana. Egli era un appassionato studioso dell’opera di E. G. Asplund (1885-1940) nella quale apparivano modelli tradizionali come nella Biblioteca di Stoccolma, nelle Law Courts di Gothemburg e nell’edificio per lo Stock Exchange di Gothemburg. E il Palazzo all’EUR di Muratori ne era la dimostrazione.

I tre architetti attraversarono quella esperienza didattica venendo da storie personali affini. Gianfranco Caniggia era figlio di Emanuele, diplomatosi all’Accademia di Belle Arti e munito della stessa formazione dei Fondatori della Facoltà di Roma: una formazione in cui il  linguaggio classico era aggiornato al  ‘Liberty’ viennese, ma era memore del classicismo antico e rinascimentale, e si veda la Casa presso la Trinità dei Pellegrini a  Roma, progettata con Gianfranco nel 1955. Una formazione in cui l’intervento edilizio entro o attorno ai centri storici, specie quello di Roma, comportava un apprendimento del linguaggio del contesto. Paolo Marconi era figlio di Plinio, urbanista e architetto militante uscito dalla scuola di Giovannoni, il quale si dedicò negli anni ’20 - come progettista e direttore dei lavori - alla borgata romana La Garbatella ed agli studi sul vernacolarismo laziale e romano. Paolo collaborò col Padre fino agli anni ’70, realizzando con lui La Borgata rurale Lamadacqua a Noci, presso Alberobello, con una Chiesa ‘vernacolare’ coperta a trullo. Paolo Portoghesi era uno studioso appassionato di Borromini, figlio di colui che sarà il costruttore della Casa Baldi.

Caniggia e Marconi compirono un viaggio di studio in  Svezia nel 1954 - pilotati da Plinio Marconi - sulle tracce di Asplund, riportandone le fotografie che L. Benevolo utilizzò nella sua Storia dell’Architettura moderna. I due furono anche affascinati dalle proposte ‘neo-liberty di Gabetti e Isola a Torino: Paolo Marconi andò a visitare la Casa di Erasmo di Gabetti e Isola del 1957, introdotto da Portoghesi.

Caniggia, Marconi e Portoghesi, compagni di corso e di avventure intellettuali negli anni dell’Università, si ritrovano all’appuntamento del Concorso per la nuova Biblioteca Nazionale di Roma col progetto illustrato dalla prospettiva esposta, disegnata da Paolo Marconi. Lo scrigno della cultura, come lo chiamavano i tre architetti, è l’incompreso, complesso protagonista,  (Caniggia divenne assistente di Muratori, e in un secondo tempo di Roberto Marino), del  dibattito post-concorso. Un dibattito che comprendeva il grattacielo ‘neogotico’ di Mario de Renzi, le torri a svastica di gusto costruttivista di Carlo Aymonino e del giovane Tafuri, i modesti, ma solo apparentemente ragionevoli, volumi del progetto vincente.

L’organicismo’ zeviano aveva già fatto la sua comparsa nella palazzina di Via Pisanelli, un prezioso vernacolarismo era comparso al Tiburtino, coordinato da Ridolfi. Il rifugio di montagna in acciaio, tesi di laurea di Benevolo, e, di lì a poco, gli edifici, pure in acciaio, di Melograni, Giura Longo  e dello stesso Benevolo, si profilano come radicali corrispettivi del pensoso razionalismo di Bottoni a Milano.

Si vede bene da queste notazioni sparse che parlare di Paolo Marconi Architetto significa aprire un dibattito su cinquanta anni di cultura architettonica romana. Per intanto affrontiamo gli interrogativi che egli ci pone nel suo infaticabile lavoro di teorico, di storico, di progettista e di uomo di cantiere.  C.S. 29/04/009  

 


 

D’Ayala Valva, Cartella stampa

 

Quando Francesco D’Ayala Valva arriva a Madison, Wisconsin, nel compound di Taliesin, a quel tempo la terza edificazione dello Studio di Frank Lloyd Wright , sono in corso quattro progetti:  Monna Terrace, Usonian Automatic Houses, Arch Oboler House e quello per il Guggenheim Museum. .

L’idea di organico muta nell’animo di Wright fino alla considerazione di una crisi degli insediamenti umani: non c’è più traccia di broadacre city nei tre progetti citati: il Guggenheim realizzato si affaccia appunto come un alieno sul Central Park di Olmsted, lungo Park Avenue

Francesco lavora alla Arch Oboler house e al Guggenheim..

D’Ayala Valva, Marchese , giovane promessa,  scelto non a caso fra i giovani italiani, e il giovane Principe Del Drago, vivono la fase terminale di questa mutazione.

 Francesco frequenterà assiduamente Taliesin East e West fino alla morte di Wright;  lui stesso ci presenta un filmato inedito che, fra le molte nuove notizie, ci mostra vedute ove il terreno intorno allo Studio di Phoenix appare costellato alla rinfusa di decine di piccole tende canadesi ( due metri per due) dove alloggiano i fellows della Taliesin Fellowship.

Learning by doing , imparare facendo, continua ad essere una costante, ma ora prevale sulla idea fisiocratica e sulla nature of materials.

Anche la scala del gruppo sociale che elabora il progetto è cambiata: c’è sempre musica, suonata spesso da Wright; la settimana si conclude sempre formalmente; ma sono tutti in smoking, e il genio non indossa più l’abito giapponese di raso cremisi degli anni 1910: quando si progettava in pochi il Tempio Unitariano di Oak Park mentre l’arrosto girava lentamente nel focolare, mentre c’era al piano la prima moglie.

Francesco D’Ayala Valva non può far altro che aggiornare anche lui, fedelmente, l’idea e l’esperienza di organicità: troppo spesso usurpata in tempi recenti. Francesco ce le riconsegna, ai suoi ottantadue anni, nella drammatica devitalizzazione che queste hanno definitivamente subito, per i milioni di ettari che l’uomo sottrae alla natura.

Assediata nel grande mondo, la natura prende il sopravvento nella casina di D’Ayala Valva a Castellina in Chianti: una piccola architettura piegata dalla natura, che punta il suo dito contro le responsabilità degli stessi architetti.

Come il leggero tappeto kilim che il nomade ancora arrotola qua e là nel mondo, comunque, gli oggetti disegnati da Francesco, fatti e fatti fare per sé, nel suo lungo peregrinare, testimoniano, come estratti da un’arca dischiusa, l’attenzione dell’occhio, della mano e della mente allo spazio e alla materia.

 

At the time when D’Ayala Valva arrived at theTaliesin compound in Madison  Wisconsin, F.Lloyd Wright was working on  four projects: Monona Terrace, Usonian Automatic Houses. Arch Obeler House and New York Guggenheim Museum. The organic ideal changed  in Wright’s mind  to such an extent that he envisaged  the crisis of human settlements : in the four projects mentioned above there’s no trace of broadacre city. 

After the disappearing of  the natural ‘ half-acre-per family’ environment we can see an option of the Master in favour of quoting the aliens who suddenly appear, as the Guggenheim museum  at Central Park.

Francesco, who worked on Arch Oboler House and Guggenheim Museum projects and stayed at Taliesin East and West till the death of the Master, witnessed to the final stage of that change in which the basic attitude of ‘learning by doing ’ turned into a principle overcoming  the physiocratic idea and the nature of materials.

Meanwhile also the scale of the social group developing the projects had  changed The Master often performed  at the piano and the week ended  quite formally, with all  members wearing tuxedo; the genius didn’t wear the Japanese suit as  in 1910 when a very few people designed the  Oak Park Unitarian Temple, while meat roasted in the fireplace and his first wife played the piano.

Francesco couldn’t do anything but  a faithful updating  of the organic idea and experience which  have been  too often seized, in recent times.

At the age of 82, Francesco returns them to us ,dramatically devitalized  because of the subtraction of millions of hectares due to human action.

Beseiged in the large world, nature dominates in his  casina in Castellina, Chianti: a small–scale architecture submitted to nature which points at the responsabilities  of architects themselves.

Like the light kilim rug which nomads still roll up  here and there in the world, the objects designed by Francesco - self-made or made by others for himself  - testify to the attention  paid by the eye, the hand and the mind, to space and matter.

 

Despuès de mucho tiempo dedicato a lo Zen, Francisco d’Ayala Valva llega a Madison, Wisconsin, en el compound de Taliesin  la officina-escuela tres veces reconstruida de Frank Lloyd Wright .  Se esta trabajando sobre  quatro proyectos : Monna Terrace, Usonian Automatic Houses , Arch Oboler House y el proyecto para el Museo Guggenheim.  

Francisco trabaja en  la casa de Arch Oboler y en el Guggenheim.

La idea de organico muda en Wright : broadacre city desaparece, en  proyectos como la Universidad de Bagdad y el Golden Triangle en Pittsburg.

 El Guggenheim se asoma como un ser ajeno sobre Central Park.

d’Ayala Valva, uno de los dos ganadores del Fulbright, por a quel ano y el principe del Drago desde tempo en Taliesin,  viven la   fase final de este cambio.

Francisco tendra frecuentes relaciones con Taliesin hasta la muerte de Wright : el mismo nos presenta una pelicula suya inedita que entre varias nuevas noticias,nos muestra  el desierto alrededor de Taliesin  poblado por las muchas carpas,(construidas sobre planchas de concreto dos metros, por dos metros) adonde el y los  “apprentices” vivian.

“ learning by doing” sigue siendo la “ philosophy” que  ahora sin embargo, prevale sobre la idea fisiocratica.y sobre la “ nature of materials”

Tambien el grupo social  quien hace el proyecto cambia de escala: hay sempre musica, a veces tocada por Wright mismo, la semana de trabajo se concluye sempre con formalidad, en tuxedo si possibile. Sin embargo el Genio no viste màs el traje cremisio del 1910 cuando el proyecto del Templo Unitario de  Oak Park se trabaja entre pocos mientras se cocinaba junto a la chimenea y  su primiera mujer tocaba el piano.

Francisco d’Ayala Valva   sigue naturalmente el desarroyo y la experiencia de las ideas organicas, en tiempos recientes muy usurpada y las  traduce en  la realidad de los paises adonde trabaja    

 Y nos las ensena en sus ochente y dos anos, ignorando la drammatica devitalisaciòn que ellas an sufrido definitivamente por  los miliones de hectareas que ha quitado a la tierra.

Sitiada en el gran mundo, la naturalezza sobrevive en la “Casuccia” d’Ayala Valva

En los bosques de Castellina en Chianti , una pequena  arquitectura doblada por la naturaleza que punta su dedo contra la responsabilidad de los mismos arquitectos

Igual que el libero kilim que el nomade enrolla aquì y allà en el mundo, los  objetos dibujados por d’Ayala Valva, hechos o hechos hacer para si y sus clientes atestiguan. Como extraidos de  una arca que se abre, la atenciòn de ojo, mano y mente al espacio y a la materia.